“L’ALIBI della domenica” è dedicato questa settimana al libro “L’insolenza e l’audacia” di Massimo Gatta.
Dove collocare “L’insolenza e l’audacia” di Massimo Gatta, pubblicato da Graphe.it? La domanda è meno peregrina di quanto possa sembrare di primo acchito. Liberale almeno in fatto di libri (avviso i miei dodici lettori che sto celiando, in buona compagnia con l’autore e il suo prefatore, il sodale Luigi Mascheroni, del quale ho scritto recentemente in due occasioni, ovviamente a proposito di libri), riconosco senza alcun problema agli altri il diritto di cui godo e che esercito nella mia biblioteca, quello cioè di sistemare i volumi a piacimento, secondo personalissimi – e insindacabili – criteri.
Dovrei forse sistemarlo accanto a “Teoria e pratica di pane e pomodoro” di Leopoldo Pomés per fratellanza di collana (dove un giorno potrebbe raggiungerli la “Breve storia del segnalibro” dello stesso Gatta)? Li accomuna anche il fatto che mettono appetito! Oppure dovrei trovargli spazio (è facile) accanto a titoli con i quali condivide il tema? A dire il vero non ho ancora raggruppato su un ripiano quella piccola percentuale di titoli citati da Gatta che anch’io possiedo, come “La biblioteca stregata” di Oliviero Diliberto, “I libri della mia vita” di Varlam Šalamov e “Libri. Non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge” di Mascheroni.
La divina foresta dei libri
“L’insolenza e l’audacia” è in realtà un dittico, composto dal testo vero e proprio (con due foto realizzate dalla figlia Ludovica) e dall’amplissimo apparato di note, tanto che solo una pagina – la 46 – ne è priva, ma giusto perché riporta una lunga citazione di Giuseppe Marcenaro. Ogni nota è un invito a perdersi nella divina foresta dei libri e il volumetto può essere paragonato a un giardino di sentieri che si biforcano.
Vien voglia di seguire tutti gli spunti, rintracciare gli articoli menzionati, approfondire, leggere e acquistare altri libri, a cui poi si dovrebbe trovare posto sui ripiani. Da Jorge Luis Borges ad Alberto Manguel, da Umberto Eco ad Adriano Bon alias Hans Tuzzi, passando per Roberto Calasso (poco più di un anno fa ho dedicato un editoriale al suo libretto “Come ordinare una biblioteca”) e tanti altri.

Gatta – bibliotecario dell’Università degli Studi del Molise nonché studioso di editoria del Novecento e direttore editoriale della casa editrice Bibliohaus – propone quella che a me sembra una visione un po’ troppo apollinea dell’incapacità di ritrovare un libro nella propria biblioteca.
Il terzo dei quattro benefici – vi lascerò scoprire gli altri – che l’autore individua nel “mantenere in perfetto disordine” la propria biblioteca “è legato al fatto di riacquistare una seconda o magari una terza copia di un libro che abbiamo già, che «sappiamo» di avere ma che non ritroviamo, e in ciò contribuire, nel nostro piccolo, all’economia legata all’editoria e alle librerie, un’economia sempre più precaria e in difficoltà e che noi, col piccolo gesto di duplicare o triplicare (i grandi dispersori arrivano a quadruplicare) un libro che già possediamo, ci illudiamo in tal modo di favorire”.
Condivide dunque quanto scritto da Giuliano Vigini sul Corriere della Sera (“Volumi che si perdono. Da soli, in casa”, 12 luglio 2015): “In qualche caso, se ancora in commercio, si perde meno tempo ad andarli a ricomprare. Con il vantaggio che si sbolle un po’ la rabbia per gli scomparsi e si alimenta il commercio dei vivi”.
Celo, ma non lo trovo…
Un mantra piuttosto diffuso, se è vero che lo ritroviamo anche nell’articolo “Quando la libreria racconta chi sei” di Anna Maria D’Urso, pubblicato su Io Donna di ieri (sabato 3 luglio 2021, ndr).
Davanti al rompicapo della libreria della mia amica Sveva mi sono sentita rispondere candidamente: «Il mio criterio di catalogazione? Nessuno! Quando ho traslocato non avevo tempo, e li ho disposti a casaccio. E così sono rimasti, da più di dieci anni». «Scusa, ma come li ritrovi?». «Ovvio che non li ritrovo, oramai neppure li cerco. Quando mi serve un libro, lo compro». Disarmante”.
Disarmante?! No: urticante! Io mi lascio andare a volgari imprecazioni ogni volta che mi serve un libro che so per certo di possedere, ma di cui ignoro l’attuale posizione. Non ho che pochissimi libri in doppia copia (ma per altre ragioni), tra cui “La nascita della filosofia” di Giorgio Colli.

E vogliamo parlare delle seconde file? Un compromesso (stavo scrivendo “abominio”, ma mi sono trattenuto) a cui molti di noi devono addivenire per questioni di spazio. Prima di infilare la porta che conduce direttamente all’inferno, quella delle pile di volumi per terra. “Pile di libri per terra? No, no e poi no. È un ludibrio, è un sacrilegio mettere dei libri per terra”: se l’era detto per mezzo secolo Mughini, finché non ha capitolato, con tanto di palinodia (ma sulle conversioni resto fedele a quanto scritto da Leonardo Sciascia ne “Il cavaliere e la morte”).
In perfetto disordine
E, allora, come disporre i propri libri? Come si preferisce, naturalmente. E stia pur sereno Mascheroni che nell’introduzione invoca: “Lasciatemi al mio perfetto disordine”. A ciascuno il suo. Liberissimi, peraltro, di tentare l’impossibile (ma davvero?): trovare un sistema, una disposizione armonica (platonica o pitagorica) alle migliaia di libri che affollano la casa.
Non me ne voglia Gatta. A me la sua filosofia del disordine convince poco. Mi pare parente stretta di quella secondo cui chi ha la scrivania in disordine è un genio, al contrario di chi la mantiene in ordine. Io sogno una scrivania minimalista e mi impegno, con una sorta di esercizio zen quotidiano, a riportarla all’ordine prima di iniziare a smaltire la posta, scrivere un pezzo come quello che state leggendo o impaginare quelli dei collaboratori di ALIBI. Non avete idea del fastidio che mi dà anche solo la presenza del router con le sue lucine verdi (e quando passano al rosso lo prenderei addirittura a mazzate. Lo zen non fa miracoli).
Un’altra considerazione: chi pensa che i libri disposti – più o meno artatamente – in disordine siano prova della cultura o anche solo della loro lettura da parte di chi li possiede, merita lo stesso biasimo che va a coloro che si lasciano abbindolare dall’ordine perfetto, dalla studiata composizione cromatica, da una “bella murata di dorsi”. Le vetrine dei negozi d’arredo (pardon: di design) sono eloquenti a questo proposito. Sono ora di moda le librerie riempite di volumi con il taglio bianco verso lo spettatore. O tempora!
Virgilio a Masada
Chiudo con un doppio emendamento riguardante un tema a me molto caro, ovvero la fortezza di Masada (alla quale ho dedicato una parte della tesi di laurea). A proposito della difficoltà di “mantenere in perfetto disordine” non solo diecimila o più libri, ma anche soltanto una decina o addirittura meno, tra le pagine 69 e 70 Gatta scrive: “oppure il libro del Siracide o il Virgilio in latino che gli ebrei leggevano nell’inespugnabile fortezza di Masada”, citando un articolo di Manguel (“Liberi di leggere”, apparso su La Repubblica del 12 maggio 2020). Gatta elimina l’avverbio che ridimensiona e riporta alla realtà storica dei fatti, raccontata da Flavio Giuseppe e dall’archeologia.
Scriveva infatti Manguel: “Rinchiusi nell’apparentemente inespugnabile fortezza di Masada, i ribelli ebrei che si difendevano dalle truppe romane assedianti leggevano per passare le ore spaventose il libro del Siracide e, sorprendentemente, Virgilio in latino, come dimostra il ritrovamento di un frammento di papiro, il più antico del suo genere, con un verso dell’Eneide”.
È più che probabile che quel papiro (rinvenuto durante le campagne di scavo condotte tra il 1963 e il 1965 da Yigael Yadin) non lo leggessero gli assediati ebrei, ma gli assedianti romani che poi occuparono la fortezza e vi tennero una guarnigione. Il piccolo frammento riporta uno dei versi più noti del poema epico, il nono del quarto libro: “Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent!”. Chissà in quale ordine (o disordine) tenevano le rispettive librerie – che ancora ospitavano rotoli invece di volumi – i legionari romani e gli zeloti ebrei…
Forse già duemila anni fa qualcuno pensava che con fatica e piacere ciascuno di noi bibliomani costruisce giorno per giorno (finché non arriverà il momento di separarsene) “un vortice impetuoso fatto di scaffali, carta, fogli, titoli, polvere, legature, passioni, sconfitte, desideri, abbandoni, tradimenti”.
Saul Stucchi
Massimo Gatta
L’insolenza e l’audacia. Sul disordine dei nostri libri
Graphe.it
Collana Parva
2021, 112 pagine
8,50 €