Luciano Canfora, sferzante come sempre e altrettanto compiaciuto, ha dichiarato una volta che Villa Adriana è kitsch. Il fastidio era rivolto anzitutto alla Yourcenar — Mémoires d’Hadrien, quel romanzo da crociera colta così amato nei licei classici e nelle librerie dei capoluoghi di provincia — ma tant’è, la definizione poco regge, o meglio funziona come rovescio polemico di ciò che Arbasino chiamava, più benevolmente, eclettismo.
Giudizio poco discutibile, condiviso anche nel volumetto di Adalberto Ottati — Villa Adriana, pubblicato da Carocci — che è la migliore sintesi recente sul complesso, scritta da chi ci lavora sul campo da decenni senza perdere il senso della cautela scientifica.
In realtà, l’eclettismo Ottati lo converte in originalità: la compresenza di edifici di ogni genere, lo sperimentalismo di alcune soluzioni costruttive, la moltitudine di ninfei, vasche, fontane, padiglioni — e quella dominante del mistilineo (benché non una novità) che già disorientava i visitatori settecenteschi e continua a procurare vertigini ai contemporanei, i quali arrivano convinti di capire l’architettura romana e se ne vanno meno sicuri di prima.

Per chi scrive, un residente, avendo sviluppato con le rovine qualcosa di simile a un rapporto condominiale, valgono molto di più le variazioni di luce che le pietre in sé. Come cambiano a seconda dell’ora, della stagione, del cielo; come il reticolato di tufo delle Cento Camerelle possa cromaticamente sfarinarsi, manco la cattedrale di Monet.
Capita così a chi attraversa certi spazi con la stessa frequenza e la possibile noncuranza che si riserva a un paesaggio di prossimità, d’habitude, quello che non si guarda più perché si dà per scontato e poi improvvisamente qualcosa si accende. L’area resta un’eterotopia — i 120 ettari, una parte consistente chiusa al pubblico, la vegetazione rada dove non dovrebbe e fitta dove non ci si aspetta — e scuote l’immaginazione svagata della flânerie specie d’inverno, quando le comitive spariscono e si incontrano pochissime persone, difficilmente italici (nota non trascurabile, l’ultima).
Il volume di Ottati riassume ragioni, contesto storico, caratteristiche costruttive ed estetiche dell’enorme complesso — “villa suburbana e palazzo imperiale insieme”, presto abbandonato, un millennio circa di indifferenza e razzie sistematiche, poi la riscoperta quattrocentesca, le visite ripetute di Leonardo, Raffaello, Pirro Ligorio (all’epoca impegnato nella Villa d’Este cittadina).
Esercizio da esperto, quello di Ottati: sicuro e prudente insieme, capace di mettere a confronto ipotesi e congetture discordanti, in grado di fornire descrizioni serrate su entrambe le facce dei manufatti — materiale e simbolica — e di agganciarle al contesto spazio-temporale e alle vicende personali e politiche di Adriano, determinato, l’imperatore, a tradurre in architettura la propria visione del mondo con la convinzione tranquilla di chi non ha preventivi da rispettare né opposizioni parlamentari con cui trattare.
Restano oggi uno scheletro gigantesco e proteiforme, frantumato su un terreno irregolare — strumento principe per metterlo in piano fu la sostruzione, testimonianza del gusto adrianeo per i problemi tecnici risolti in modo sontuoso. Strutture murarie su vari livelli, terme grandi e piccole, terrazze i cui ambienti (magazzini, alloggi, uffici, tutto quanto) non hanno subito soltanto le intemperie del tempo, storico e climatico, ma una costante azione predatoria che dall’epoca tardoantica a quella moderna non si è mai fermata: Villa Adriana ha funzionato per secoli come un grande magazzino di materiali nobili, anche e soprattutto per le chiese dei proditori vicini tiburtini.
Fra le mura e l’erba alta e gli ulivi è la presenza residua dell’acqua — oggi nel Pecile, nel Canopo, nel meraviglioso Teatro Marittimo — a spiegare la scelta logistica di Adriano. Non il massimo della salubrità – diversamente da Tivoli che incombe sul pianoro, non a caso amata da altri personaggi noti della storia romana, quelli che preferivano le vedute panoramiche ai piedi nell’umido.
Ma la zona era al centro di una rete viaria ben congegnata, il fiume Aniene svolgeva un ruolo fondamentale, il travertino era a poca distanza e facilmente trasportabile, le cave di tufo e pozzolana erano attive da tempo. E poi, a convincere definitivamente l’imperatore, quella qualità difficile da spiegare ma immediatamente percepibile che certi luoghi posseggono: la sensazione, camminandoci, di essere esattamente dove si deve essere. Anche se città propriamente non fu, precisa Ottati con scrupolo filologico — e la distinzione non è oziosa.
Dopo la prima breve salita ecco il Pecile – non solo un lussuoso percorso pedonale, ma la cerniera logistica e simbolica della villa, il punto da cui si diramano gli assi principali del sito. Adesso che si annuncia l’estate e le frotte di turisti aumentano, sarà utile avvertirli che il caldo li costringerà a una passeggiata lenta — nonostante lecci e cipressi, la pietra accumula calore, l’ombra è scarsa e contesa, la resistenza fisica è un requisito non negoziabile fino al tardo pomeriggio.
In compenso la grande piazza colonnata quadrangolare, il bacino al centro, il portico, tutto innalzato su poderose costruzioni artificiali, produce una sorta di raccolta sedazione nel suo protendersi verso un ovest deserto, a strapiombo sul tramonto e rapide variazioni di luce— uno di quegli effetti che chi scrive considera assai desiderabili.
Sarà la suggestione memoriale, principio simbolico dell’intero progetto adrianeo (Egitto e Grecia su tutte, sempre), e nello specifico il vaneggiare intorno allo Stoà Pecile di Atene che dà il nome al luogo: una malinconica calma, stoica il giusto, percorre il portico ventoso. Si immagina che non tutti ne disponessero — non certo le maestranze, scalpellini muratori carpentieri e ingegneri che guardavano alacri ma caute dalla parte opposta, a nord-est, verso i confini in cui Adriano sceglieva di rendersi inaccessibile: il Teatro Marittimo, un’isoletta circondata da un canale circolare i cui ponti mobili bastavano a tenere fuori i malvoluti.
Dalla parte opposta, detto che il Canopo, nonostante lo si conosca a memoria, crea ancora suggestioni stranianti quando la luce è bassa e radente, negli ultimi tempi ci si affaccia nei rinnovati (si fa per dire) Mouseia: ivi un Horus, una Sfinge, alcune Cariatidi e il resto della statuaria ti obbligano a pagare il prezzo della tregua concessa dal caldo e allora te ne esci terra terra con l’amica del cuore che talvolta ti accompagna: “il Canopo è il Canopo”.
La struttura evoca un braccio del Nilo che congiungeva l’omonima città — sede di un celebre tempio dedicato a Serapide — con Alessandria. La lunga vasca è circondata da copie delle sculture originali, figure egizie, statue di Marte, che si specchiano nell’acqua con ieratica doppiezza. In fondo il Serapeo, il triclinio imperiale con lo stibadium: i banchetti erano rinfrescati dagli zampilli dell’acqua — non ci si immagina però un Trimalcione, anche quando ti prende la fame e rimpiangi di non essersi portato uno snack da casa. Adriano sapeva essere più composto, ma — Ottati concorda con la vulgata — l’eccesso gli era altrettanto congeniale, e quella tensione tra autocontrollo e dismisura percorre tutto il sito come una corrente carsica: affiora qui, sparisce lì, ricompare dove meno la si aspetta.
E poi nel volume non manca niente, qua e là più sintetico, più approfondito: la Sala dei Filosofi, la Piazza d’Oro — così chiamata per l’ampia esposizione di oggetti di pregio di cui era ornata —, le biblioteche, i percorsi e gli spazi laterali meno frequentati, come l’Accademia (noto anche come Piccolo Palazzo): erba alta ai bordi, lì l’archeologo individua tracce di una volontà progettuale rivolta non solo all’estetica ma al miglioramento funzionale dell’architettura stessa.
Resta lo spazio disorientante di muri bassi, colonne isolate, vasche senza centro, sentieri che piegano dietro gruppi di alberi e ricompaiono altrove: è il “centro” della villa che sembra perdersi di continuo — destino inevitabile, forse, per un progetto nato accumulando desideri, ricordi di viaggio, fantasie architettoniche.
Anche il silenzio — il sound dominante della Villa, pur in presenza di caracollanti comitive — si frattura e disperde in maniera irregolare nel paesaggio che si apre a colori mutevolissimi nell’arco di un’ora. È questo scivolare in una tonalità liminale, lievemente onirica, ad attrarre chi scrive quando se ne va in giro per la Villa senza un programma preciso.
Al visitatore meno svagato, a chi volesse conoscere seriamente il complesso, consigliamo invece il libro di Ottati — e senza bisogno di portarsi la Yourcenar.
Michele Lupo
Adalberto Ottati
Villa Adriana
Carocci
Collana Quality paperbacks
2026, 176 pagine
16 €