Sabato 29 settembre alla libreria Il Gabbiano di Vimercate (MB) Elena Rausa ha parlato del suo secondo romanzo, “Ognuno riconosce i suoi”, edito da Neri Pozza al pari di “Marta nella corrente” del 2014.
Caterina e Marta
A presentarla il giornalista Giorgio Vicenzi che ha letto in una settimana i due libri della scrittrice, trovando diversi elementi in comune, tanto da spingersi a vedere nel secondo un prosieguo del primo. A unirli il tema dei ricordi che pesano e il tentativo di fare pace con il passato.
E se da una parte ci sono i campi di concentramento, dall’altra incombe il terrorismo degli anni Settanta e Ottanta. “Marta nella corrente” si apre su un incidente, mentre “Ognuno riconosce i suoi” prende avvio da una camera d’ospedale: “è un miglioramento”, ha scherzato Giorgio.
Entrambe sono storie corali con numerosi personaggi. La protagonista Caterina prende un quaderno e inizia a scrivere per raccontare a Michele…
Prendendo la parola, Elena ha esordito riconoscendo che il mestiere di scrivere non è lo stesso di portare in giro i libri per presentarli. La sua scrittura ha come scaturigine un’idea che lentamente (a volte molto lentamente, ha confessato) prende forma e determina i suoi libri.
Caterina è una voce narrante che dice “io”, “noi” e “tu”. Ma questo “tu” corrisponde a una persona che non può rispondere: Michele. La storia che lei inizia a raccontare è una strada per tornare a casa, quando e se Michele potrà tornare. Caterina racconta la storia di una famiglia, partendo da due cugini che hanno vissuto un po’ come fratelli, appunto lei e Michele.
A proposito dei nomi: Michele è un omaggio a “Caro Michele” di Natalia Ginzburg, mentre Caterina ricorda la cantautrice Caterina Bueno, a cui è dedicata la canzone “Caterina” di Francesco De Gregori.
Raccontare gli anni di piombo
E poi c’è Anna, che brilla per assenza… Elena ha voluto raccontare il suo vissuto degli anni di piombo a Milano. Era bambina e li ha attraversati senza comprenderli. Ma ricorda ancora le sagome di gesso disegnate per terra. Viveva in zona Città Studi e le è rimasto impresso quando il quartiere venne circondato dalla polizia e il portiere del suo palazzo la trascinò dentro perché non corresse pericolo.
Si susseguivano fatti di sangue con una frequenza che oggi abbiamo dimenticato, ha ricordato Elena. “Volevo fare da grande le domande che da bambina non potevo fare” e affrontare un ingombrante “rimosso” che ha a che fare anche con la vergogna, ha aggiunto.
Giorgio Vicenzi ha notato che sui fatti di quegli anni c’è molta cronaca, ma poca letteratura, riconoscendo all’autrice un attento lavoro “da storica”. In realtà, secondo la scrittrice, c’è molto materiale anche narrativo, che però fatica ad arrivare al grande pubblico, anche per una sorta di censura preventiva. A chi ha sbagliato e poi pagato viene negato il diritto di esprimere il proprio punto di vista. Per scrivere “Ognuno riconosce i suoi” Elena ha letto e ascoltato moltissime testimonianze di protagonisti di quegli anni, comprese quelle di chi poi ha compreso di avere “tragicamente torto”.
Ognuno riconosce i suoi
Per quanto riguarda il titolo del romanzo, preso dalla poesia di Montale “Piccolo testamento”, Elena si è soffermata sulla sua ambiguità. Da una parte sta la corrispondenza tra anime belle, dall’altra invece la chiusura verso chi non appartiene al gruppo. Quest’ultimo è un aspetto problematico per la convivenza sociale, ha notato la scrittrice.
Se “Marta nella corrente” si fondava sulla fuga dai ricordi, “Ognuno riconosce i suoi” si basa sulla rivisitazione dei ricordi. Caterina li passa in rassegna e al vaglio perché possano essere utili a Michele. C’è dunque un rapporto diverso con la memoria.
“Riconoscere” ha qui anche il senso di “conoscere di nuovo”. Centrale nel libro è la domanda di senso, anticipata dalla citazione di Cristina Campo posta in esergo. La memoria non è la semplice somma dei ricordi, veri o falsi che siano. Né coincide con la perfetta ricostruzione dei fatti (compito piuttosto dello storico). È invece il salvataggio di ciò che ha senso: lasciare andare moltissimo ma trattenere quello che è necessario e davvero significativo. Il tema del romanzo è proprio questo “lasciare andare”.
A questo proposito Elena ha citato il titolo di un’opera d’arte di Marzia Migliora che ha visto al Museo del Novecento di Milano: “…sono sgusciato dalla tua pienezza senza lasciarti vuota perché il vuoto l’ho portato con me…”. Anche qui un verso preso da una poesia: “Mamm’Emilia” di Erri De Luca.
Saul Stucchi
- Elena Rausa
Ognuno riconosce i suoi
Neri Pozza
I Narratori delle Tavole
304 pagine, 17 €