“L’ALIBI della domenica” è dedicato al docu-film sul dipinto più discusso del secolo.
Comprereste un’auto usata che ha avuto un grave incidente, spendendo la bellezza di 450 milioni di dollari, per poi nasconderla in garage? È attorno a questa domanda che ruota il docu-film “Leonardo. Il capolavoro perduto”, che verrà proiettato nei cinema d’Italia – distribuito da Nexo Digital – soltanto nelle date del 21, 22 e 23 marzo.

Diretto da Andreas Koefoed, racconta l’incredibile vicenda del “Salvator Mundi”, il dipinto che ha stabilito il record per il prezzo più alto mai pagato a un’asta: 400 milioni di dollari, a cui si devono aggiungere altri 50 di commissioni. Vicenda incredibile per diversi motivi, non ultimo, appunto, la quotazione che ha raggiunto nel 2017. Ma sapete per quale cifra la tavola era stata comprata soltanto 12 anni prima, sempre a un’asta? 1.175 dollari! Come ha fatto a moltiplicare per quasi 400 mila volte il suo valore lo scoprirete guardando il documentario che ha il ritmo incalzante dell’inchiesta giornalistica (almeno di quelle ben fatte).
Cacciatori di dormienti
“La storia più improbabile mai successa nel mercato dell’arte” è un trittico diviso in tre capitoli, intitolati rispettivamente “Il gioco dell’arte”, “Il gioco dei soldi”, “Il gioco globale”. Prende avvio con la presentazione di un cacciatore di “dormienti” (“sleeper hunter”), ovvero un setacciatore di aste e mercati alla ricerca di una pepita sepolta sotto cumuli di “croste” e dipinti dozzinali.
Ecco i primi due protagonisti dell’intricata – e appunto incredibile – vicenda: Alexander Parish e Robert Simon. Comprereste un’auto usata da loro? Il vero protagonista, il “Salvator Mundi”, però, manca. Per ovvie ragioni. È sostituito da una “controfigura”.

Secondo gli storici dell’arte restano soltanto quindici opere dipinte da Leonardo. Immaginatevi dunque la tensione che deve aver provato il pur compassatissimo Martin Kemp, professore emerito di Storia dell’arte a Oxford, quando si è trovato di fronte alla tavola. “Il Salvator Mundi è uscito dal nulla” dice (nell’originale “The Salvator Mundi came out of the blue”).
Il restauro
Ma cosa sappiamo con certezza? Poco. Di sicuro che si tratta di una tavola molto rovinata, sottoposta poi a un intervento molto importante (o “invasivo”, a seconda da come lo si giudichi) della restauratrice Dianne Modestini. Tanto da far dire a qualcuno nel corso del documentario che le parti più leonardesche sono quelle dipinte dalla restauratrice, mentre quelle meglio conservate non sono (non sarebbero: meglio trincerarsi dietro al condizionale) degne del maestro da Vinci. La Modestini risponde all’accusa con un sonoro “ridicolo!”.

Tutto quello che riguarda Leonardo richiama interesse e attenzione, generando una parossistica corsa alla scoperta e allo scoop. Ma del gioco, volenti o nolenti, fanno parte anche coloro che assumono posizioni di dubbio o di critica o che apertamente negano la paternità vinciana del dipinto.
Lo svizzero e il russo
Nella seconda parte del film entra in scena il mercante Warren Adelson che tenta di vendere l’opera ai musei, in primis americani. Ci prova anche con la Gemäldegalerie di Berlino, il cui direttore di allora, Bernd Lindemann, declinò l’offerta. Oggi quest’ultimo la tocca piano, riferendosi alla scelta della National Gallery di presentare l’opera come di mano di Leonardo alla mostra londinese. Sentite le sue parole: “Penso che non sia compito dei musei seri presentare un quadro tanto discusso”. Lapidarie.

Ed ecco il personaggio forse più enigmatico – e inquietante – dell’intera vicenda. Si tratta dell’uomo d’affari e commerciante d’arte Yves Bouvier che riconosce serafico a proposito della sua trattativa per acquistare il “Salvator Mundi” per subito rivenderlo: “è come vendere un’auto che ha avuto un incidente”. Per chi lo compra? Per l’oligarca russo espatriato a Ginevra, Dmitry Rybolovlev. “Il russo in fuga e lo svizzero silenzioso”: pare una spy story alla Le Carré!
L’oligarca non è contento di scoprire che il mediatore ha fatto una ricca “cresta” sulla compravendita della tavola attribuita a Leonardo. Ha fatto la figura del fesso (“pigeon”, nell’originale francese).
Il Louvre
In “Leonardo. Il capolavoro perduto” poco c’entra l’arte, se non quella del profitto. Anche qui ci sono maestri inarrivabili e allievi di talento, seguaci volenterosi e ingenui imbrattatele.
Nel terzo e ultimo capitolo entra in scena MBS, ovvero Mohammad bin Salman, principe ereditario della monarchia saudita. È su di lui che puntano tutti gli indizi quando un anonimo acquirente fa il colpo del secolo all’asta di Christie’s a New York.
Nella parte finale della vicenda all’arte del commercio s’intreccia quella della diplomazia (anche culturale), della politica internazionale, della “narrazione” (maledetto “storytelling” che tutto inquina e avvelena!).
Così al “Lost Leonardo” fa da invisibile compagno il “lost book”, il piccolo catalogo a corredo dell’opera pubblicato dal Louvre in occasione della mostra. È stato subito ritirato dal mercato, non appena il proprietario della tavola ha rifiutato il prestito al museo parigino per la mostra “Leonardo da Vinci”. Il Louvre non aveva accettato di esporre il “Salvator Mundi” nella stessa sala della “Gioconda”: una scelta che non solo avrebbe definitivamente (?) avallato la paternità vinciana dell’opera, ma avrebbe anche elevato quest’ultima allo stesso livello, almeno nell’immaginario collettivo, della “Monna Lisa”.
Una decisione impossibile da prendere. Ma non per ragioni artistiche: per puro marketing.
Saul Stucchi
Leonardo. Il capolavoro perduto
21, 22 e 23 marzo 2022
Nexo Digital