Chi ricorda Jean Eustache? Forse non pochissimi. Questo enfant sauvage che non conobbe mai la fortuna dei fratelli maggiori Godard, Truffaut, Rohmer, ecc…, accostato piuttosto a Garrel, è diventato tuttavia o proprio per questo un nome di culto per una ristretta ma tenace cerchia di appassionati di cinema che hanno ora la possibilità di leggerne la prima monografia in lingua italiana. L’ha scritta Luca Bindi: “Jean Eustache: L’istante ritrovato” – come un esplicito atto d’amore.

Dal b/n di quasi quattro ore de “La maman et la putaine” del 1973 al colore di “Mes petites amoureuses”, per stare ai titoli più noti, Bindi ripercorre la travagliata carriera (parola che forse Eustache non avrebbe apprezzato) di un irregolare per eccellenza, prosecutore degnissimo della gloriosa stagione della Nouvelle Vague, fiero e caparbio autodidatta di un’idea di cinema come “messa in scena delle istanze, inquietudini e contraddizioni del presente che lo circonda”.
Per paradossale che possa sembrare pensando alla lunghezza del titolo più celebre, alla linearità progressiva della narrazione di pura trama il regista preferiva la sfida – al limite del possibile – di un’immagine sincronica alle altre, una frammentarietà sistematica, precisa cifra stilistico-strutturale. Come per mimesi (involontaria?) gli studi (e le fonti) sul regista, ben presenti all’autore della monografia, sono caratterizzati dalla stessa frammentarietà – a maggiore ragione quando derivano da “compagni notturni e intellettuali del dandysme errante e alcolico”.
Proveniente da una famiglia modesta della provincia francese, Eustache, nato nel 1938, fu costretto ad addestrarsi alle durezze della vita molto presto, lavoro nelle ferrovie compreso. Che potesse non reggere e finisse ricoverato e sottoposto a elettroshock una volta chiamato alle armi per la guerra in Algeria, rientrava nel possibile di un principio di realtà spietato per un giovane come lui. Fragile ma non fino al punto di rinunciare alla sua vocazione, che nonostante un anno di ospedale psichiatrico significò assorbire il nuovo clima del cinema autoriale e studiarne obiettivi e linguaggio (e di fare lo stesso con i grandi della letteratura francese, massime Flaubert e Proust).
L’arte più che l’azione politica sarebbe stato il successivo terreno di battaglia di Eustache, restando il futuro regista ai margini del Maggio Francese. Di lì a poco, al principio dei Settanta, il suo cinema comincia a prendere consistenza – a partire da “Le Cochon” e da “Numéro Zéro”, prime trasfigurazioni del mondo rurale originario (film “da allievo” li definirà Eustache – intendeva della Nouvelle Vague).
L’elemento autobiografico – una “scrittura rubata al quotidiano”, i cui referenti empirici si chiamano madri nonne fidanzate – non è sradicabile da questi film né da quelli successivi (dei titoli più importanti citati sopra), accomunati anche dalle difficoltà produttive e distributive – quanto al pubblico gli esiti saranno altrettanto incerti, nonostante il successo di “La maman et la putaine” a Cannes nel ’73 (Grand Prix Speciale della Giuria e successiva censura).
Né saranno diversi gli esiti della produzione di fine decennio. Di fatto sarà prima l’alcol poi un colpo di pistola al cuore il 5 novembre del 1981 a chiudere tragicamente la non lunga parabola di Eustache.
Dei film del cineasta che voleva tornare ai Lumière, Luca Bindi ci consegna un’analisi puntuale mai dimentica del rapporto inevitabile fra vita e cinema – uno studio dotto ma non necessariamente per specialisti. Per chi non lo conoscesse: inutile che vi affanniate a cercarne i DVD nei negozi – non ce n’è, ma Youtube alcuni titoli ve li offre gratis. Basta che conosciate il francese.
Michele Lupo
Luca Bindi
Jean Eustache: L’istante ritrovato
Mimesis 2019
162 pagine, 15 €