“Il dialetto è la nostra lingua madre, la grammatica delle nostre emozioni” ha detto venerdì sera l’attore Mario Perrotta nell’incontro con il pubblico che si è tenuto al termine del suo spettacolo “Milite ignoto – Quindicidiciotto”, andato in scena al Teatro Manzoni di Monza.
Calorosi applausi a fare da diaframma tra i due momenti. Sul palco con lui c’era la critica teatrale Valeria Ottolenghi nel ruolo di moderatrice.
I numerosi dialetti italiani con cui Perrotta ha impastato la lingua di “Milite ignoto” (manca all’appello il sardo ed è stato lui stesso a spiegarne il motivo: ci ha provato, ma finisce inevitabilmente per ridere ogni volta che si sente parlare in sardo…) non sono stati scelti a caso.
La difficoltà maggiore che ha incontrato nella stesura del testo è stata quella d’individuare i termini di transito che consentissero il passaggio da un dialetto all’altro. L’autore – attore non ha voluto accontentarsi di una giustapposizione. Ciascun dialetto porta infatti con sé un diverso modo di pensare e lo spiazzamento che ha cercato di produrre – nel testo prima e poi in scena – è provocato più dal cozzo dei modi di pensare che dai termini in sé.
Immaginatevi il delirio di una trincea sotto il fuoco nemico, in una babele di lingue le une alle altre “straniere”!
Altro che grande festa della giovinezza, come pretendevano i Futuristi! Altro che virile spallata contro il nemico come aveva pronosticato il generalissimo Cadorna nel suo libretto “Istruzione tattica”! La guerra fu un’orribile strage degli innocenti.
“Milite ignoto” è la discesa all’inferno della Grande Guerra, raccontata da uno dei quattro milioni e mezzo di soldati, in gran parte analfabeti, che l’hanno combattuta. Perrotta ha letto e fatto decantare le testimonianze dirette di quella generazione mandata al macello (“carne da cannone” la chiamava Cadorna).
Le parole, intessute come riquadri di un patchwork, rievocano il gelo paralizzante, la paura, gli odori che rimangono appiccicati alle membrane del naso, i fluidi corporei mescolati al fango (ma Perrotta non scivola mai nell’effetto “splatter”), la disperazione e l’ignoranza totale di obiettivi, strategie e scenari.
Per ciascuno di quei soldati il Paese era, letteralmente, il paese. “Vaglielo a spiegare tu cos’è la Patria!”. Combattevano per “redimere” Trento e Trieste (a cui è intitolata, come innumerevoli altre, la piazza di Monza proprio dietro il Teatro Manzoni) ma a stento conoscevano il capoluogo della propria provincia.
Nella trincea il soldato italiano scoprì il connazionale. Nella trincea fu battezzata l’unità nazionale, anche dal punto di vista linguistico. Nell’incontro Perrotta ha segnalato come nelle lettere dei soldati (di quei pochi, capaci di scrivere, che ebbero la fortuna di salvarsi dal massacro) si noti il progressivo cambiamento del vocabolario, con l’introduzione di termini provenienti da altri dialetti.
Il milite a cui dà corpo e voce Perrotta è ignoto in primis a sé. “Dopo il botto” ha perso consapevolezza e ricordo della propria identità: per questo parla in un miscuglio di dialetti. Insieme è nessuno e tutti. È la somma dei soldati, anche di quelli dall’altra parte del fronte che vivono la medesima condizione.
La staticità della posizione – l’attore recita il monologo senza alzarsi dal mucchio di sacchi di sabbia che costituisce l’intera scenografia – è bilanciata dal vorticoso mulinare delle braccia.
Nella prima parte del monologo ho notato una certa insistenza nella cadenza cantilenata. La ricezione è soggettiva, ha risposto l’attore alla mia domanda in proposito, spiegando qualche minuto dopo (rispondendo alla domanda di un altro spettatore) che soprattutto nella prima parte ha fatto ampio ricorso alla versificazione in endecasillabi, a lui molto cari.
Post scriptum: qui potete leggere la mia intervista a Mario Perrotta in occasione del suo spettacolo “Odissea” al Teatro Binario 7 di Monza (nel 2013).
Le parole che Perrotta ha detto sul dialetto nell’incontro dell’altra sera, così come tutto lo spettacolo, mi hanno fatto pensare ad alcuni libri di Marcello Fois, con il quale ho avuto il piacere di pranzare qualche anno fa. Durante quella chiacchierata – intervista parlammo, tra le altre cose, proprio del dialetto, avendone due esperienze e considerazioni molto diverse…
Saul Stucchi
Foto di Luigi Burroni
17 febbraio 2017 ore 21.00
Milite ignoto
di e con Mario Perrotta
Tratto da “Avanti sempre” di Nicola Maranesi e dal progetto “La Grande Guerra, i diari raccontano” a cura di Pier Vittorio Buffa e Nicola Maranesi per Gruppo editoriale L’Espresso e Archivio Diaristico Nazionale
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