Il sesto Faraone di Hans Tuzzi è la seconda puntata di una trilogia (per i tipi di Bollati Boringhieri) che vede come protagonista l’enigmatico Neron Vukcic, da molti indizi identificabile con un giovane Nero Wolfe.
In realtà, più ancora che nel precedente capitolo intitolato “Il trio dell’arciduca”, ambientato tra Sarajevo e Costantinopoli, è l’atmosfera, qui quella dell’Alessandria d’Egitto di inizio Novecento, la vera protagonista del romanzo.
La vicenda si dipana infatti nell’effervescente città cosmopolita non ancora asfissiata dal nazionalismo, patria di tante comunità così diverse, dove anche i bianchi non sono tutti uguali, essendo ebrei e greci “bianchi di seconda scelta”. “Come vengono comodi i fantasmi […] per le anime semplici, ardenti di certezze apocrife. Le anime semplici che sono, ahi, le più numerose”.
Se permettete, vi do subito un consiglio: tenetevi un taccuino a portata di mano per segnarvi particolari e dettagli che Tuzzi profonde in ogni pagina.
Con pennellate lievi – le sue sono rievocazioni quasi poetiche, non didascalie da manuale di storia – richiama in vita un mondo perso per sempre, in cui chi poteva permetterselo fumava sigarette Simon Arzt o sigari Aurora, aveva tappeti Karaghan distesi sul pavimento della biblioteca, dove magari faceva capolino una copia di un “libro nuovo nuovo – The Mysterious Affair at Styles – di un’autrice mai sentita, una certa Agatha Christie. Un romanzetto da quattro soldi, di sicuro”.
In cucina, invece, si conservavano le annate della rivista di gastronomia francese “Luculla”, mentre a fine cena venivano serviti petits fours e le signore allietavano gli ospiti suonando al piano Rêveries dalle Kinderszenen di Schumann (beh, l’intento era di allietarli, ma non sempre ci riuscivano…) e nei bar si poteva incontrare il poeta Kavafis.
Durante la presentazione de Il sesto Faraone tenuta qualche settimana fa in una libreria di Milano ho chiesto all’autore la ragione della cura con cui descrive nel romanzo gli abiti, soprattutto quelli femminili. “Sono convinto che rivela molto del carattere di una persona il modo in cui si veste”, è stata la risposta.
Ogni città ha un proprio colore e una propria luce e quella, particolarmente intensa di Alessandria, soprattutto nella sua parte che si affaccia sul Mediterraneo, ci teneva a descriverla con attenzione e cura, anche per far risaltare il contrasto con la vicenda che è, appunto, oscura.
Ingaggiato dall’anziano mercante Margulies per verificare che il genero non falsifichi i conti, Vukcic si trova presto con un nuovo incarico, decisamente più grave, ma anche potenzialmente più redditizio. Dovrà infatti indagare sulla morte di un antiquario greco trovato cadavere (freddato con un colpo in testa) nel giardino della residenza di Margulies, accanto alla di lui figlia, svenuta.
Individuare il vero colpevole sarà il solo modo per evitarle la condanna a morte. Come un segugio (e infatti i verbi che ne descrivono l’azione rimandano spesso al suo comportamento “ferino”, come abbaiare e grugnire) Vukcic si mette a indagare, tra archeologi, uomini di fede, femmes fatales, mentre Dante e Beatrice mandano avanti il ristorante Firenze…
Oltre alla città con la sua Corniche frequentata dalla classe alta, c’è anche il deserto, dove si sperimenta il “fascino terribile dell’Assoluto”.
E poi c’è l’Egitto dei faraoni, fisicamente distante e distinto dall’Alessandria greco-macedone, poi romana e bizantina e poi araba, ma potente calamita anche per la radiosa sposa del Mediterraneo. Chi non collezionerebbe, avendone le risorse, antichità egizie? Scarabei, amuleti, statuette, monili… Gioielli preziosi e rarissimi come quelli dell’epoca di Amenemhat III della XII dinastia.
Come suo solito, Tuzzi dissemina citazioni e rimandi più o meno latenti o patenti: “la vita è troppo breve per bere vino mediocre” è naturalmente un’ineccepibile massima di Goethe, mentre “sulla vecchia quercia s’era abbattuto un gran fulmine” rimanda a un celebre passo della Pharsalia di Lucano, in cui il poeta latino paragona il generale Pompeo a un albero onusto di trionfi su cui si sta per abbattere quel fulmine di Cesare.
I ricchi che “sfrecciavano” in decappottabile lungo la Corniche dovevano davvero essere simili a semidei, ma anche per loro, come per Antonio, sarebbe arrivata l’ora di dire addio ad Alessandria…
Saul Stucchi
- Hans Tuzzi
- Il sesto Faraone
- Bollati Boringhieri
- 2016, 165 pagine, 14,90 €