Ieri sera – sabato 19 settembre – si è tenuta l’inaugurazione della MicroMostra di Roberto Fumagalli, proprietario della Gipsoteca Fumagalli & Dossi con il socio Mario Dossi. Lo storico laboratorio ha sede a Milano (a pochi passi dalla Fondazione Feltrinelli e dallo studio di Ugo La Pietra), mentre qui a Mezzago dal 1990 si è aggiunto un secondo spazio produttivo.
È proprio da lì che nel 2012 è virtualmente partito il viaggio Sette giorni in Tiber che in una settimana mi ha portato a seguire il fiume Tevere dalla fonte sul Monte Fumaiolo fino alla foce a Ostia, in compagnia degli amici Piera Biffi ed Enrico Giudicianni, oltre appunto a Roberto.

Quel viaggio – raccontato ai microfoni di Radio Popolare e poi diventato una mostra fotografica allestita a Mezzago, Vimercate e Umbertide – fu compiuto con il bell’Antinoo come mascotte, il cui volto riconoscibile alla prima occhiata è tra le opere in gesso presenti nel catalogo della Gipsoteca. Altra testa inconfondibile è quella dell’imperatore Vitellio ed è stata appunto questa l’opera scelta insieme a Roberto per la prima MicroMostra d’autunno.
Giancarlo Decaro – la cui opera sull’Orlando Furioso dell’Ariosto è ancora appesa alla parete del nostro soggiorno – ha letto un capitolo della Vita di Vitellio di Svetonio, per la precisione il tredicesimo, in cui il biografo rievoca i vizi di Aulo Vitellio, soffermandosi in particolare sull’ingordigia, riportando dettagli di pantagruelici (ma forse sarebbe meglio dire trimalcionici) banchetti, tra cervelli di fagiani e latte di murene. Vitellio ebbe un regno breve e tormentato che si chiuse con la sua tragica morte per le vie di Roma, con il corpo – ancora vivo – scarnificato e poi, ormai cadavere, gettato nel Tevere.

Come poi ho raccontato servendomi di una selezione di immagini, di Vitellio esistono ritratti per lo più monetali, mentre sono pochissime (a mia conoscenza solo un paio: una a Copenaghen, l’altra a Tunisi) le sculture rimaste. Le altre, quelle che ne hanno fatto in qualche modo la fortuna, sono copie di una testa rinvenuta nel 1505 in una proprietà di Domenico Grimani sul Quirinale, poi trasferita a Venezia, dove ancora si trova: nel Museo Archeologico.
Queste teste sono ora indicate come esemplari del modello Pseudo-Vitellio, secondo gli studiosi un privato cittadino di età adrianea, quindi di circa mezzo secolo posteriore al breve impero di Vitellio (tra l’aprile e il dicembre del 69, quando Vespasiano riuscì a imporsi definitivamente e archiviò il sanguinoso periodo passato alla storia come l’anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e appunto Vespasiano).

Come terzo momento della serata, Roberto ha illustrato la storia della Gipsoteca, andando indietro nel tempo, da quando suo papà Agostino, appena dodicenne, venne accompagnato dal proprio padre a Milano dopo la Pasqua del 1946 perché diventasse garzone di Cesare Bertolazzi e Cesare Gariboldi che a loro volta avevano acquisito parte dei calchi della Gipsoteca di Vallardi, mettendosi in proprio nel 1927 (l’anno prossimo, dunque, la Gipsoteca di viale Montello 4 compirà 100 anni!).
Ha poi spiegato come vengono realizzati i gessi come questa “iconica” testa di Vitellio, così è indicata nel sontuoso catalogo della Gipsoteca Fumagalli & Dossi, formatori calchi in gesso – riproduzioni d’arte, di cui Roberto ha regalato una copia a ogni invitato. Ma la sua generosità non si è fermata qui: ha anche omaggiato i presenti con un particolare – le splendide labbra – dell’Athena Lemnia, una copia dall’originale di Fidia, ora al Museo Archeologico di Bologna.

Vitellio avrebbe apprezzato la ricca tavolata dell’aperitivo a cui ci siamo rivolti al termine della parte artistica e culturale della serata, per addentrarci in quella della conservazione da salotto (e da balcone).
Saul Stucchi
Foto di Enrico Giudicianni