Continuo nel solco scavato da Soldato blu, cioè parlando del genere western, ma visto dalla parte del popolo pellerossa.
Piccolo grande uomo di Arthur Penn (1970) esce pochi mesi dopo Soldato blu e anche se il messaggio della pellicola è molto simile all’altra, la storia è differente. Nel film di Nelson, il soldato Honus Gant a poco a poco prende coscienza di quanto i bianchi stiano attuando una politica di sterminio; in quella di Penn, invece, il protagonista Jack Crabb passa dalla società degli indiani a quella a stelle e strisce diverse volte, fino a convincersi che il popolo più pacifico e più in armonia con la natura sia quello cheyenne di Old Lodge Skins.
“Fucili a ripetizione contro archi e frecce: non ho mai capito come i bianchi potessero essere fieri di vincere in quelle condizioni.” (Jack Crabb)

Dovrei, a questo punto, ripetere i concetti che ho già espresso parlando di Soldato blu: posso solo aggiungere che, con i tempi che corrono, la politica imperialista degli USA ha lasciato alle spalle lo sterminio dei pellerossa, per dedicarsi – e questo molto recentemente – anche ad altre parti del nostro (povero) mondo.
Venendo invece a Piccolo grande uomo, dico subito che la pellicola prende spunto dall’omonimo romanzo di Thomas Berger. Arthur Penn, poco tempo prima di iniziare le riprese aveva dichiarato: “il mio prossimo film sarà sugli indiani d’America fra il 1840 e il 1874. Spero di non fare un film con lo scopo di farne un successo, ma di provare a dire la verità. L’indiano era rappresentato come un selvaggio assetato di sangue, che impediva all’uomo bianco di vivere tranquillo. Penso che fosse il contrario. Gli indiani erano dai bianchi espulsi brutalmente dai loro territori. È una delle storie più tristi che esistono al mondo e spero di riuscire a mostrarla con sincerità. Si intitolerà L’Inferno”. In fondo, è cambiato solo il titolo.
“La prima volta che si vede un campo indiano, uno dice: questo è un immondezzaio; dov’è il campo?” (Jack Crabb)
A livello personale, devo confessare che Piccolo grande uomo non mi ha convinto del tutto. Penn ha cercato un po’ troppo di mettere insieme la commedia, il dramma e qualche momento poetico, e – pur riuscendo nell’intento di demistificare l’epopea western – risulta spesso prolisso, lento e ripetitivo. Anche il tentativo di unire realtà storica e fantasia non mi sembra sempre riuscito.
Restano tuttavia apprezzabili le immagini curate dal direttore della fotografia Harry Stradling Jr e le prove attoriali di Chief Dan George (Old Lodge Skins) e di un Dustin Hoffman che avevo lasciato, giovane imbranato collegiale ne Il laureato e che in questo film racconta la sua storia, andando a ritroso dai suoi 121 anni.
“Io sono certamente l’ultimo dei vecchi pionieri della Grande Frontiera.” (Jack Crabb)
Visto che ho citato Chief Dan George, mi preme dire che è un attore indiano, della tribù Burrard di Vancouver e che tutte le comparse pellerossa sono veri nativi americani del nord del continente.
Considerato poi che sto anticipando delle curiosità, il vero “Piccolo grande uomo” è esistito ed era un capo tribù degli Oglala Sioux: non aveva, però, nulla in comune con il personaggio di Jack Crabb.
“Una società farebbe bene a prestare attenzione alle persone a cui non appartengono se vuole scoprire… dove sta fallendo.” (Arthur Penn)
Il regista, Arthur Hiller Penn, nasce nel 1922 a Filadelfia e muore a New York nel 2010. [Curioso il fatto che sia nato il 27 settembre e sia morto il 28 settembre.] I suoi genitori erano immigrati dalla Lituania ed erano ebrei aschenaziti. Il fratello maggiore di Arthur, Irving, è stato un famoso fotografo.
Il padre lo vede come futuro orologiaio, ma fin da giovane, Arthur è attratto dalle arti audiovisive, dapprima dal teatro e poi dal cinema.
All’età di 19 anni parte come militare nella Seconda guerra mondiale: partecipa alla controffensiva alleata nelle Ardenne ma, mentre è stazionato a Fort Jackson, forma con altri membri della fanteria, un piccolo circolo teatrale. Infatti, tornato in patria e laureatosi, frequenta l’Actors Studio di Lee Strasberg e muove i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo, grazie ad alcune opere portate in scena a Broadway.
“Attingi a ciò che non vuoi dire. Attingi a quel luogo segreto, nonostante l’agonia, nonostante il dolore personale, al di sopra e al di là della fatica.” (Arthur Penn)
Nel cinema esordisce con Furia selvaggia – Billy Kid (1958), ritratto di fantasia di Billy the Kid. Arriva al successo con Gangster Story (1967), ma sono da ricordare anche Alice’s Restaurant (1969) e Missouri (1976). L’ultimo lavoro per il grande schermo è Con la morte non si scherza (1989).
Arthur Penn è stato un intellettuale militante, che non si è mai stancato di utilizzare il cinema e il teatro come luoghi dove mettere a fuoco le contraddizioni della società contemporanea e, soprattutto, della società statunitense.
“Il più grande patrimonio che puoi avere è una pazienza d’acciaio, una calma sempre presente, mentre i soldi spariscono, lo studio crolla, la star ti pianta in asso… Devi scavare dentro te stesso.” (Arthur Penn)
Note e osservazioni
Detto in precedenza che quasi tutti i protagonisti pellerossa sono nativi americani (fanno eccezione solo Raggio di Luna e Orso Giovane), tutte le scene in esterni sono state girate a Calgary, Alberta, Canada.
Invece la battaglia di Little Big Horn viene ripresa nei pressi del vero sito ove si svolse la battaglia.
Particolarmente curato è il trucco a cui si sottoponeva Dustin Hoffman per sembrare un vecchio di 121 anni. Per la voce, chiuso nel camerino, passava oltre un’ora a gridare per sforzare la gola. Il trucco da vecchio fu creato da Dick Smith, impiegando schiuma di lattice e includeva un innovativo sistema di palpebre false che potevano sbattere insieme a quelle vere di Hoffman.
E, per ultima, una vera curiosità, ma soltanto per i giocatori di poker. Nel film viene mostrata la morte di Wild Bill Hickok (nella realtà Hickok viene ucciso tempo dopo). Dunque, Hickok stava giocando a poker, spalle alla porta: un pistolero, Jack McCall gli sparò alla schiena.
La curiosità è che Hickok, al momento della morte, avesse in mano una doppia coppia nera (due assi e due 8 di picche e fiori): da quel momento questa combinazione prese il nome di “mano del morto”.
L S D
Piccolo grande uomo
- Regia: Arthur Penn
- Soggetto: dal romanzo di Thomas Berger
- Sceneggiatura: Calder Willingham
- Interpreti: Dustin Hoffman, Martin Balsam, Richard Mulligan, Chief Dan George, Jeff Corey