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7 Luglio 2026

Strega 2026: “Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda

Premio Strega 2026 – Libro 9 di 12
Acqua sporca, di Nadeesha Uyangoda

Una copertina colorata e floreale e un titolo quasi ossimorico, che accosta il simbolo della purezza a un aggettivo dalla connotazione negativa, sono il biglietto da visita di una saga familiare al femminile, che porta con sé tematiche profonde e contemporanee.

Acqua sporca, pubblicato da Einaudi nel 2025, è il romanzo d’esordio di Nadeesha Uyangoda, già autrice di L’unica persona nera nella stanza (66thand2nd, 2021), e Corpi che contano (66thand2nd, 2024), entrambe opere di saggistica, e nota nel panorama culturale ed editoriale per il podcast Sulla Razza e per le sue collaborazioni con testate come Internazionale, La Stampa e Robinson di Repubblica.

Il romanzo di Uyangoda – escluso dalla sestina finalista – è stato proposto al Premio Strega 2026 da Gaia Manzini, che lo ha definito un romanzo familiare capace di raccontare, attraverso voci femminili, la condizione universale e intima di chi lascia la propria patria, «un’odissea dove Itaca non corrisponde necessariamente a un ritorno, ma è un punto fermo per non impazzire, per resistere all’indigenza e alimentare la certezza – o l’illusione – che nel paese lasciato sia rimasta una traccia di sé […].»

Acqua sporca è un romanzo corale e si muove tra Sri Lanka e Italia, seguendo la vita di quattro donne. Al centro c’è Neela, che dopo trent’anni trascorsi in Italia – prima come badante, poi come proprietaria di un piccolo centro di bellezza – decide improvvisamente di tornare nella sua terra natia – l’isola -, scelta che minaccia i rapporti con la figlia Ayesha e con le sorelle rimaste sull’isola, Himali e Pavitra.

Ognuna di loro è segnata da fratture e traumi personali: gli ideali politici e l’abbandono da parte del marito di Himali, la povertà e la disabilità di Pavitra, la sorella più giovane, e infine la ricerca dell’identità da parte di Ayesha, fotografa trentenne nata in Sri Lanka ma cresciuta a Milano, voce narrante del capitolo che porta il titolo del libro e che affronta il tema della salute psicologica, tra emicranie continue, insoddisfazione e demoni interiori, gli yakshaya.

Ayesha condivide con l’autrice Nadeesha Uyangoda diversi tratti biografici – l’età simile, la nascita in Sri Lanka e il trasferimento in Italia in età infantile – e ne incarna uno dei temi principali: la ricerca della propria identità.

«Dimenticare è una forma di protezione, e io avevo selezionato con minuzia i ricordi per la mia versione italiana […].»

Ayesha, nata in Sri Lanka e cresciuta in Italia, sente di appartenere contemporaneamente a due mondi senza però sentirsi del tutto di nessuno dei due. L’Italia è il Paese in cui ha deciso di affondare le proprie radici e costruire la propria vita, ma la scelta della madre di tornare in Sri Lanka creerà in lei un profondo turbamento. La scissione non è solo interiore, ma si estende ai livelli linguistico, etnico e di genere.

Uyangoda intreccia nella narrazione termini inglesi, singalesi e tamil, per restituire il peso e l’importanza che le origini esercitano tanto sulle donne che sono partite tanto su quelle che sono rimaste in patria.

Neela, segnata dalla barriera linguistica, si trova esclusa dalla comunità, arrivando a provare un senso di solitudine. Nemmeno l’arrivo in Italia di Ayesha, che imparerà velocemente a padroneggiare la nuova lingua, riuscirà a colmare questo vuoto: il senso di incomunicabilità resta profondo. È anche per questo motivo che, alla soglia della vecchiaia, Neela deciderà di fare ritorno sull’isola.

Il tema razziale, molto caro a Uyangoda, emerge nel confronto tra la vita di Neela e Ayesha in Italia: il lavoro svolto e il colore della pelle, anche dopo anni, restano un elemento di emarginazione e di separazione rispetto a quel mondo che si vorrebbe poter chiamare “casa”.

Sul piano narrativo, Nadeesha Uyangoda alterna la prima e la terza persona singolare, per dare voce a ciascuna protagonista, che diventa rappresentativa dell’intera comunità singalese, divisa tra il profondo attaccamento alla propria terra e il desiderio, altrettanto potente, di fuggire altrove. Restare o migrare diventa una scelta di vita in grado di segnare differenze di genere, di classe e di prospettive future.

La molteplicità di voci è il punto di forza del romanzo, che permette a Uyangoda di mostrare la migrazione come esperienza condivisa – tema molto attuale -, che può essere vissuta in modo diverso da ogni generazione e da ogni donna della famiglia.

I diversi punti di vista, senza dubbio, rallentano la narrazione e creano un senso di spaesamento, elemento utile, però, per le tematiche affrontate. La frammentazione della storia accentua così il senso di disorientamento personale e consente di avere un confronto più serrato e uno sguardo più ampio sul tema della migrazione, dell’appartenenza e della ricerca di sé e della propria “casa”.

Un’esistenza divisa e ben mascherata quella di queste donne, che rimanda all’immagine di copertina: colorata, gioiosa, ma capace di nascondere ciò che si trova sotto e ciò che inquina la purezza.

Esclusa dalla finale del Premio Strega, Nadeesha Uyangoda con Acqua sporca ha vinto la 64esima edizione del Premio Campiello Opera Prima 2026.

Ilaria Cattaneo

Nadeesha Uyangoda
Acqua sporca
Einaudi
Collana Stile libero
2025, 288 pagine
18,50 €

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