Per molto tempo ho avuto un ardente desiderio di tornare in Spagna, il Paese dove ho vissuto alcuni dei momenti più belli ed importanti della mia vita, ma per un motivo o per l’altro ho dovuto in più occasioni rimandare la partenza. Adesso sto finalmente attraversando la notte su questo grande e confortevole pullman di linea, con destinazione Valencia, e quasi non mi sembra vero: ho lasciato alle spalle tutte le preoccupazioni e le amarezze per andare in cerca dei ricordi che già posseggo e di altri che ancora non ho ma che, ne sono certo, saranno stupendi.
Il percorso è lungo, e l’impazienza rende lente le ore, mentre la notte cede il posto prima ad un’alba dai colori vivaci, e poi al giorno caldo e pieno di Spagna. Corriamo su un’autostrada ampia, costeggiata da file di oleandri (“adelfas”, come li chiamano qui), che ogni tanto si avvicina al mare e ci consente lunghe visioni della sua illusoria infinità.
La radio catalana trasmette canzoni da ballo, le stesse che si ascoltano da noi, e commenta nella sua lingua così strana, che in questa regione è nemica dello spagnolo, gli aneddoti che gli ascoltatori raccontano per telefono.
Il sole si è fatto abbacinante, e bisogna socchiudere gli occhi per osservare il paesaggio di rocce biancastre e irregolari. Manca solo un’ora all’arrivo: fra poco potrò nuovamente immergermi nell’aria viva della città che un tempo mi ha visto felice.
Valencia
Sono quasi le due del pomeriggio quando i primi edifici, alti e di costruzione recentissima, cominciano ad apparire contro il cielo quasi bianco: è la parte nuova della città, una parte che non conosco. Ma poco a poco l’aspetto comincia a diventarmi familiare: riconosco un angolo di via, un edificio, il parco costruito nell’antico letto del fiume Tormes [1].
In pochi minuti raggiungiamo il capolinea, e mi trovo solo a contemplare la città che si stende oltre i giardini della stazione. Ed inizia il mio pellegrinaggio per le vie, le piazze ed i giardini di cara memoria, ritrovando gli amici di un tempo, i loro gesti, le voci, i volti.
Ripercorro palmo a palmo gli itinerari dell’antica felicità, ritrovando con un nodo alla gola le sensazioni perdute, osservando le alterazioni prodotte del tempo (gli alberi cresciuti, i fiori cambiati) e dagli uomini (i giardini distrutti dagli scavi per la metropolitana), e riconoscendo con sentimenti contrastanti le cose immutate: le caratteristiche viuzze del centro con i loro negozietti rannicchiati sotto i balconi, la piazza con la Cattedrale e la torre (il famoso “Miguelete”), gli alti spruzzi delle fontane e, uscendo dalla città, la lunga spiaggia [2] piena di ricordi. Riemergono alla memoria particolari di cui avevo dimenticato l’esistenza, che mi restituiscono il loro carico di emozioni miste a nostalgia.

Ma qualcosa non funziona, qualcosa è cambiato; il tempo ha operato alterazioni, oltre che sulle cose, anche sulle persone: “Nulla è cambiato, eppure tutto è diverso” dice una canzone di Georges Moustaki che un’amica [3] mi canta.
Capisco allora che è giunto il momento di accomiatarmi dalle nostalgie e dai ricordi e di mettermi in viaggio alla ricerca di emozioni nuove: così parto per Malaga, per frequentare un corso di lingua all’Università.
Malaga
Arriviamo di notte, dopo dodici ore fra le montagne e i girasoli di Andalusia. Percorriamo ampie vie popolate di luci sconosciute e ci imbattiamo nel Grandi Magazzini “El Corte Inglés”, uguali a sé stessi in tutte le città spagnole.
La stazione degli autobus è mediamente affollata, per lo più gente che arriva. Un taxi mi porta a destinazione, nella piazza oscura di alberi dove giocava Picasso bambino.
È solo il giorno dopo che posso iniziare l’esplorazione di quello che per me è ancora un labirinto sconosciuto, visitando le vie che conducono al porto, la splendida geometria dei giardini arabi (la “Alcazaba”), la Cattedrale.

Poi iniziano i corsi all’Università, e comincio a conoscere gente e a girare con i compagni ben presto amici: Wu Jiangling e Yang Lihong, di Pechino, cinesi alti e asciutti onesti fino al midollo e di una gentilezza che per un occidentale è incredibile; Amy, una olandese corpulenta ed affezionata agli esercizi fisici e agli argomenti osceni; Eberhard, professore dell’Università di Berlino [4], con ancora, a quarantacinque anni suonati, lo spirito di un diciottenne; ed infine Sonia, la dolce e silenziosa austriaca che mi ha regalato tanti momenti felici [5].

Con loro conosco quella che è la vera vita spagnola, percorrendo le piccole vie lontano dagli itinerari turistici, visitando le “bodegas” dove un bicchiere di “quitapenas”, il nettare delizioso fin dal nome (“toglipene”) prodotto con le uve locali, costa solo trenta pesetas; con loro imparo ad apprezzare le delizie della cucina cinese, mangiando piatti che sono vere e proprie poesie di sapore nel ristorante [6] di Wang Ya Jing, un altro gentilissimo amico cinese; con loro discuto di letteratura, di musica, di arte; con loro visito le altre stupende città dell’Andalusia… insomma, con loro sono felice.
E di fronte a tanta pienezza di sentimenti, la città svanisce quasi sullo sfondo, e le vie, le piazze, i giardini servono solo a riecheggiare in sordina la gioia che nasce dalle relazioni umane vere e profonde.
Prima parte. Segue
Marco Grassano
Note
- In realtà, si tratta del Turia.
- El Saler; vi si arrivava con una corriera che partiva dal centro.
- Katarina Metsalampi, artista finlandese.
- Il Prof. Eberhard Ritzacowitz si era laureato in Filologia Romanza alla scuola di Gerhard Rohlfs, con una tesi sui dialetti delle Cinque Terre. Già che ci sono, riporto anche gli altri due cognomi: Amy S. van der Moore (sono in contatto con lei su Facebook) e Sonja Schnitzer (di Klagenfurt: città dell’ingegnere-scrittore Robert Musil, della poetessa Ingeborg Bachmann ma anche del neonazista Haider…).
- Nel novero delle frequentazioni più assidue bisogna però ricomprendere: le giapponesi Yayoy Igarashi (che, figlia di un diplomatico, da bambina aveva vissuto in Argentina e in Perù e parlava un ottimo castigliano) e Satsuki Ohgaki (anche con lei sono tuttora in contatto via Facebook), la polacca della “upper class” (abitava nella stessa via del generale Jaruzelski) Barbara (“Basia”) Nowicka e il francese (di Tolosa) Daniel Durand.
- “Shangai”.