Ho sfidato le insostenibili temperature di questa estate infernale, e il traffico nevrastenico e prepotente che priva di senso il guidare sulla A1, per accogliere tardivamente un suggerimento ricevuto molti anni fa da mio padre: visitare Fontanellato.
Ci sono luoghi in cui la geografia è letteratura, e il tempo decide di non scorrere, stratificando tracce del passato: Fontanellato è uno di questi luoghi.

Adagiato nella pianura parmense, il feudo dei Sanvitale (già fedeli agli Asburgo) accoglie il visitatore con la flemma serena propria di queste zone.
Al centro di un quadrilatero di portici dal sapore rurale e paesano che perpetua le atmosfere genuine care a Guareschi o a Fellini, dove le chiacchiere gentili ai tavolini dei caffè all’aperto si mescolano al gentile zampillare di una fontana, sorge la Rocca, un piccolo scrigno colmo di gioielli inattesi.
Un’isola di pietra nella pianura
Emergendo direttamente dall’acqua del suo fossato, la rocca si presenta come un’anomalia: non proprio una fortezza militare, non solo una residenza di piacere. Camminando lungo il fossato perimetrale, si percepisce l’eco di una storia secolare di insospettabile raffinatezza.

È Federico, la guida che ci ha accompagnati nella visita, a indicarmi le vicende umane di chi ha posseduto, e poi perso, questo palazzo che conserva numerosi gioielli.
Tra questi, spicca la monumentale cassaforte settecentesca: un capolavoro di carpenteria e ingegneria meccanica. Con il suo labirinto di chiavistelli e il marchingegno d’apertura occultato con sapienza artigiana, non era solo un custode di beni materiali, ma il simbolo tangibile di un’epoca in cui anche la sicurezza voleva sposarsi con l’estetica del segreto.
Ad arricchire le sale della Rocca sono poi i dipinti di Felice Boselli: due enormi nature morte dal crudo realismo barocco emiliano; la cacciagione, i pesci, la frutta e i dettagli domestici vengono indagati con una pittura materica e cupa, quasi carnale; quella medesima carnalità che faceva dire a mio padre “gli emiliani, sono dei maledetti gaudenti, questi”.
In Boselli la vita quotidiana e il destino caduco della carne si mostrano senza filtri, creando un contrasto affascinante e potente con l’eterea e intellettuale sospensione offerta invece dal Parmigianino.
Il prodigio del giovane Mazzola
Proprio qui, in una stanza minuscola, si compie il miracolo. L’affresco del Parmigianino (al secolo Girolamo Francesco Maria Mazzola) narra il mito di Diana e Atteone è un frammento di assoluto. L’allora diciottenne talento dipinse il mito ovidiano della metamorfosi che si consuma sotto un pergolato teso verso un cielo di un azzurro accecante.
Non è solo una questione di tecnica; c’è una densità psicologica che toglie il fiato. Negli occhi di Diana (sorpresa a farsi il bagno dall’incolpevole Attenone), nella carne viva dei cani che sbranano il padrone per punizione trasformato in cervo, si legge il mistero di un confine fra divino e umano che non va superato. La bellezza, nel Parmigianino, nasconde l’inquietudine.
Lasciato il Parmigianino, la fortezza riserva un’apparizione magica, quasi un richiamo per chi come me è appassionato di fotografia: la camera ottica. Qui, grazie a un preciso gioco di lenti e specchi, il mondo oltre il fossato rinuncia alla sua tridimensionalità per diventare proiezione bidimensionale e clandestina.
Prima parte. Segue
Simone Cozzi
Scrittore e fotografo, Simone Cozzi è autore dei casi del Delegato Ripamonti: la storia più recente si intitola La lista di Socrate ed è stata pubblicata nel 2025 dall’editore De Nicola. Recentemente Simone è stato ospite della MicroMostra di ALIBI con una fotografia intitolata Bar Magenta.