Presto fu tardi. A quattordici anni era troppo tardi. Cosa, questa, che avrei scoperto anni dopo. Ignoravo cosa fosse l’Ematologia. E che il busto del tizio, nella sala d’attesa, fosse Ippocrate. Per me doveva essere Platone perché era il solo scrittore greco di cui avevo sentito parlare.
Allora, non avevo molte certezze. Non avevo vissuto o scoperto nulla del mondo. Molte cose me le ero immaginate, altre le avevo solo lette o mi erano state raccontate. Mi trovavo nella sezione di Ematologia del Policlinico Umberto I di Roma, perché c’era qualcosa che non tornava nelle mie analisi.
Aspettare il proprio turno all’accettazione, sotto il volto accigliato di Ippocrate, era divenuta una consuetudine. Come portare con me tascabili: Agatha Christie, Franz Kafka, Aristofane. O dividere la mia vita in due. Da una parte c’erano l’attesa e le storie, gli scorci di cielo e il villino anni Venti – nel quale tuttora è ubicata la sezione di Ematologia −; dall’altra il liceo − sul quale avevo fantasticato molto – le sue rigide (e arbitrarie) regole e il silenzio rigoroso da Controriforma.

Leggevo tutto quello che mi capitava. Andavo per titoli. Più un titolo mi sembrava evocativo più ne ero attratto. Così ho iniziato a leggere veramente, passando ore e ore immaginando personaggi, ambienti e volti. No, in quel periodo la lettura non era ancora diventata un rifugio. Lo sarebbe diventata alla fine di quelle lunghe attese. Quando il volto d’Ippocrate si sarebbe rasserenato. E la vita sarebbe tornata regolare. Entrare nelle parole sarebbe diventato un modo per non sentire l’arcigna professoressa di lettere. Né i compagni con cui non avevo molto da spartire. Da allora sarei stato affetto da quella sensazione che ancora oggi mi accompagna: l’essere in bilico, l’essere estraneo al mondo che mi circonda. E sentirmi a casa solo nelle lande desolate d’Islanda dove il cielo è d’un azzurro purissimo e le montagne raccontano storie di solitudine e sopportazione.
A quei tempi, non immaginavo che, un giorno, avrei incontrato degli scrittori che mi avrebbero accompagnato per tutta la vita e di cui non avrei potuto fare a meno (come Giorgio Bassani o Virginia Woolf, Charles Dickens, Cesare Pavese o Alberto Moravia); altri che mi avrebbero raccontato il dolore. E quelli, come il danese Peter Høeg, che mi avrebbero aperto la strada per luoghi che, anni più tardi, avrei amato.
Sopravvissuto ‘alla paura del cielo’ – la sensazione di stupore e di tremore che si prova quando si capisce che le regole bigotte e rigide del liceo non hanno nessun senso nella vita reale e si finisce faccia a faccia con una libertà di cui non sai che fartene – passavo molto tempo nella biblioteca del mio quartiere. I bibliotecari mi chiedevano se e come facessi a leggere con tale costanza. Io imbarazzato rispondevo con un soffro d’insonnia, con un non guardo la televisione. A un certo punto è bastato un laconico: sono uno studente di Lettere.
Non immaginavo che un giorno di scrittori ne avrei incontrati per davvero. E con loro avrei potuto parlare. Frequentando un seminario di letteratura contemporanea mi ‘ammollarono’ un libro poderoso di Melania G. Mazzucco. La conoscevo di nome. Avevo letto degli articoli sul suo primo, fortunato romanzo, Il bacio della Medusa. Avevo immaginato dalle poche informazioni presenti negli articoli una storia, che mi avrebbe deluso. Come avevano fatto altre. Ma dovetti ricredermi una volta finito il romanzo che la professoressa mi aveva affidato. Allora non avevo molti soldi per permettermi di comprare gli altri libri della scrittrice.
Di copie tascabili neanche l’ombra, la mia biblioteca sembrava ignorarla. In una libreria che stava per fallire trovai alcuni suoi romanzi a pochi euro. Questo non poté che rafforzare l’idea che avevo avuto con il primo libro letto. Entrai subito in sintonia con la storia e il ritmo delle parole, da cui non riuscii a staccarmi. Mi colpiva il modo in cui l’autrice creava atmosfere. Ci fu un incontro. E a me toccò presentarla. Ricordo che portava una camicetta bianca ricamata, una gonna lunga a fiori, un filo di perle; aveva l’aria severa. Avevo preso degli appunti, ma avevo paura che mi sarei confuso o che avrei finito per dire sciocchezze. Ricordo ancora il ‘bravo!’ che la scrittrice mi disse nel mezzo della mia presentazione. E la dedica che mi scrisse affermando che ero ‘promettente’. Mi ricordo che parlammo. Io me ne uscii con un’imbarazzante ‘anche lei è molto promettente come scrittrice’. La rincontrai alla serata finale dello Strega di quell’anno. Venne lei a salutarmi. Non pensavo che si ricordasse di me.
Dopo la laurea continuai a leggere in attesa di qualcosa. Di un dottorato che non sarebbe giunto, di un lavoro. Di qualcosa insomma. Ero iscritto a un master in Filosofia. L’unica cosa che mi si prospettò di nuovo fu attendere, in una sala d’attesa, referti. Altri mesi di letture intense. Sguardi rivolti agli scorci di cielo e una vita scombussolata di nuovo.
Nel frattempo, il mio modo di leggere era diventato molto più consapevole, ma anche onnivoro. Lessi quasi tutto Friedrich Nietzsche, il catalogo della casa editrice Adelphi e Iperborea. E i libri della Mazzucco che, dalla sera dello Strega, chiamavo “Melania”. Una volta la rincontrai anche a Palazzo Barberini; un’altra, con alcuni della biblioteca di quartiere, andai ad ascoltare una sua presentazione. Ricordo che le dissi che mi era mancata molto la sua voce. Il che la fece sorridere imbarazzata.
Nel frattempo, la casa in cui vivevo in attesa di un futuro migliore era diventata un ricettacolo di libri e di quadri comprati nei mercatini. I libri non erano mai abbastanza. Li accumulavo un po’ ovunque. Su comodini, tavoli, sedie. Bazzicavo librerie a metà prezzo. E quando aprivo un romanzo i personaggi non solo prendevano forma, ma diventavano reali. Tanto che sarei andato alla loro ricerca come aveva fatto Gregor von Rezzori, l’ultimo scrittore della Mitteleuropa, che era partito per cercare a Jonesboro, a pochi chilometri da Atlanta, la capitale dello stato americano della Georgia, la piantagione degli O’Hara, protagonisti del celebre Via col vento.
Due anni fa, in uno dei miei incontri con la Dottoressa Giona – una delle dottoresse che avevo conosciuto a Ematologia − parlammo di un progetto, che era fuori dalle mie possibilità. Troppo concreto per me che vivo tra le nuvole… Era da tempo che volevo sentirmi in qualche modo utile. Speravo nelle Gps (Graduatorie provinciali scolastiche) e nel fatto che, a un certo punto, la scuola in ospedale di Ematologia mi avrebbe chiamato.
Speravo di poter dare il mio contributo insegnando o quanto meno facendo appassionare i bambini malati alle storie. Per me erano state fondamentali. Ma ciò non avvenne, purtroppo. Continuavo a frequentare Ematologia. Un giorno parlando con la dottoressa Giona le proposi di costituire un gruppo di lettura. Usare, insomma, la formula che avevo sperimentato come studente all’Università. La dottoressa sapeva del mio amore per i libri. E del fatto che scrivevo per riviste accademiche e rivedevo articoli di altri in redazioni con l’aria impregnata dalle puzzolentissime Winston.
Così le proposi di mandare una lettera alla Fondazione Bellonci. Dai tempi dell’Università, leggevo ogni anno i libri delle dozzine dello Strega, perché era il mondo, quello del Premio Strega e delle case editrici, in cui avrei voluto trovare un posto.
Una volta scritta la lettera nella quale si presentava il progetto dell’Associazione – la Robin Hood Roma ODV − e la costituzione di un gruppo di lettura, non avvenne molto. Così desistemmo. Come quando ci si trova davanti a un portone in legno dei palazzi d’un tempo, bussi e nessuno ti apre e finisci per andartene.
Sembrava che non interessasse a nessuno promuovere la lettura in ospedale. Poi, ad aprile di quest’anno, la Fondazione Bellonci ha contattato l’Associazione, di cui la Dottoressa Giona è la presidentessa, informandola che avevano accolto la nostra proposta. Sorpresi ci sembrò che quel portone si fosse aperto e all’interno fosse comparso un aranceto a pochi passi dal caos di una strada trafficata.
Così ha preso vita il gruppo di lettura che io e la Dottoressa Giona abbiamo capitanato. Con successo. Diverse le persone che vi hanno partecipato. Diverse per età, per studi, per sensibilità e formazione. Ognuno ha avuto la possibilità di esprimere le proprie idee e di dare una valutazione sui libri che si andavano via via leggendo. Poi durante ogni serata ognuno ha potuto mettere in evidenza i punti di forza e di debolezza del testo preso in esame.
Di solito nei gruppi di lettura c’è sempre qualcuno che prevarica l’altro. Mi è capitato. Mi sono ritrovato in un gruppo di insegnanti di lettere a leggere classici. Io restato in silenzio mentre gli insegnati discutevano animatamente (per non dire che si scannavano) e finivano per andare sul personale e litigare. In questo caso, invece, abbiamo messo in chiaro quali erano le regole da seguire. E ci si è confrontati. Abbiamo esposto le nostre visioni.
Quello che ho fatto io è stato dare delle informazioni su alcuni autori, su correnti e modi di pensare la letteratura (la famosa morte del romanzo, di cui parlava Giorgio Barberi Squarotti; il ruolo della letteratura triestina; che cosa si intende per ‘divertimento letterario’ e altro).

I libri di Alcide Pierantozzi, di Matteo Nucci e di Nadeesha Uyangoda sono stati quelli che abbiamo amato di più. Devo dire che anche se non molti l’hanno apprezzato, ho avuto modo di rivalutare Christian Raimo. Avevo letto altri suoi romanzi, ma non avevano suscitato in me nessun interesse. Lo ritenevo uno scrittore-sociologo sulla scia delle idee del critico Walter Pedullà. Ho trovato L’invenzione del colore un romanzo in cui si racconta in modo molto pudico e delicato la morte di un padre e la fine di un mondo (quello della colorazione delle pellicole del cinema). Alla fine, abbiamo votato. Gli Amici della domenica si sono riuniti e hanno decretato il Premio Strega 2026.
Credo di essere riuscito a fare qualcosa che, in altri momenti, non sono riuscito a fare: dare il mio contributo per alleviare le sofferenze di quanti si trovano nel mondo dell’attesa. E della malattia. Per la prima volta mi sembra che il mio amore per la letteratura e il mio ‘leggo per resistere’ al mondo − che è ostile e si perde nella melma della banalità del male – si sia rivelato utile.
Che è poi il senso della Robin Hood Roma ODV (https://robinhoodroma.org). Pazienti, parenti o ex pazienti − molti dei quali hanno frequentato il centro da bambini o ragazzi − hanno costruito una rete per coloro che sono venuti dopo. Una rete che non ruota solo intorno alla raccolta di fondi ma anche a progetti per il benessere psicologico e il supporto per le famiglie.
Perché scrivere questa storia delle mie letture? Forse perché ogni tanto c’è bisogno di fare il punto della situazione. Di ripensare alla lettura come una possibilità. E di chiedersi da dove nasca questo bisogno e perché sia per alcuni così necessaria.
Leggere è un modo per andare avanti, per difendersi dalla stupidità o dal tempo lungo delle attese. Per avere altri sguardi. O solo per il gusto di raccontarsi una storia. La propria. Come un’autobiografia camuffata, cosa chiara a Elias Canetti che ne scrisse in una lettera a Roberto Calasso. Per associare cioè un libro a un particolare evento della propria esistenza. O semplicemente per raccontare un piccolo sogno, che si è avverato.
Claudio Cherin