La cittadina dove il tempo si è fermato, di Bohumil Hrabal, è Nymburk, in Boemia. Al lettore dice poco o nulla. Sappiamo tutto di Praga, delle terre intorno molto meno. Ma se sei un grande scrittore – e Hrabal lo era (probabilmente il più grande autore ceco dell’ultimo mezzo secolo) – qualsiasi buco sulla faccia della terra diventa interessante per il lettore. Perché, come accade nel romanzo citato, bastano pochi segni di vita e il paesaggio si anima. E se la voce narrante ti lascia senza fiato perché il suo sembra non finire mai e non avere nemmeno bisogno di pause, se il suo malandrino candore ti rapisce, allora anche un cimitero e la sacrestia diventano luoghi divertenti (“io ci parlavo spesso con Cristo, perché con Dio non avevo il coraggio” dice narratore ricordando il se stesso bambino).
Aperto a molte ascendenze letterarie, metabolizzate ma come en souplesse correnti artistiche europee di vario segno, Hrabal, nato cento anni fa e scomparso nel 1997, ha maturato una propria cifra espressiva man mano che si spalancava davanti al suo sguardo intriso di tragica ironia il declino dell’Europa, al di qua e al di là della cortina di ferro (in cui ha dovuto a intermittenza sopravvivere alla censura). Hrabal è sembrato presentire la decadenza della sua immensa cultura – e con essa un’idea di “buona vita”, come ha scritto recentemente Ulrich Beck, al di fuori del consumismo – e dell’oggetto che l’ha rappresentata più di ogni altro: il libro. Facendone persino tema di uno dei suoi racconti più famosi, Una solitudine troppo rumorosa, romanzo di ambientazione praghese – non so onestamente se Hrabal avesse mai letto il capitale Praga magica di A.M. Ripellino, forse lo avrebbe trovato un esercizio un po’ troppo “prezioso”, forse la sua Praga è più terragna: chi non lo avesse mai fatto prima, approfitti del centenario della sua nascita e della conseguente ripubblicazione delle sue opere per le Edizioni e/o nella “Collana praghese”.
Per mettere per esempio a confronto la sua versione di quella magia (funambolica, comica, grottesca) con quella più lunare e sghemba e malinconica resa leggendaria dallo studioso e poeta italiano. E immaginare il grande narratore (nativo di Brno) anfanare per Praga e sfuggire a orde di giovani hard rock cafè e combriccole di vecchietti con cappellino che spesso staccano un biglietto low cost senza nulla sapere di un paio di birrerie che Hrabal avrebbe santificato ogni giorno.
La disperazione – se ve n’era una – in Hrabal non soccombeva mai alla cupezza. Il percorso letterario negli anni via via lo allontanava dagli esordi parasurrealisti e combinatori verso una narrabilità dal ritmo frenetico, dall’accentuata vis corporale, domestica, quotidiana: storie che erano immancabilmente dei veri fiumi in piena. Ancora, un’oltranza affabulatoria spesso sfrenata, inquieta e allegra nello stesso tempo, contrassegnata da una paratassi inesausta, ma tutt’altro che alla buona, di grande precisione nominalistica nonostante la verve da narrazione orale – per non dimenticare l’oscillazione fra dialetti, sottotracce iperletterarie e variazioni di registri che i bravi traduttori tentano generosamente di farci intuire.
La peculiare magia di Hrabal più che con Praga, alla fin fine aveva da fare con la capacità di farci credere al mito (in letteratura più che discutibile) di una scrittura “spontanea” (lo diceva anche per quel capolavoro assoluto che è Ho servito il re d’Inghilterra). A lui possiamo credere: non solo perché qualcosa del genere accadeva con l’action painting del buon Pollock (da lui stesso richiamata), ma perché ascoltiamo la forza prodigiosa dei suoi testi. Lo sapeva anche il bambino del romanzo citato all’inizio: solo la scrittura può salvarci dalla morte – o, almeno, è un’illusione troppo cara per rinunciarvi. Tenetelo da conto, Hrabal.
Michele Lupo