
Infiniti sono i motivi che spingono a viaggiare. Gianni Di Santo, giornalista romano d’origine abruzzese, ha scelto di andare alla riscoperta dei piatti della tradizione italiana, mantenuti vivi da monaci, suore e uomini di fede sparsi in monasteri e conventi, ma anche da laici e atei dichiarati. Parallelamente ha compiuto un viaggio nella memoria, scavando nella spessa superficie stesa dall’omologazione gastronomica che tutto appiattisce e impoverisce. Ma anche i tesori che ha scovato sarebbero risultati insipidi, le tavole vuote e magro il “bottino” del viaggio se lungo la strada non avesse avuto la fortuna – tutt’altro che casuale – di aver sperimentato l’incontro con gli altri, in questo caso persone dai nomi prestigiosi accomunate quasi esclusivamente dal rispetto nutrito (parola che capita non a sproposito…) per la buona tavola e per le materie prime prodotte dalla terra e dal duro lavoro dell’uomo.

Particolarmente interessante è il capitolo dedicato all’incontro con Predrag Matvejevic e al tema del pane. Il nostro è il paese dei pani: quello di Altamura, per esempio, lievitato sotto il letto matrimoniale e cotto in forni pubblici, veniva marchiato con le iniziali del capofamiglia (anche i poveri avevano il loro pane); quello di Lariano (ottimo con la burrata, ricordo sempre il consiglio dell’amico Stefano Malatesta) o quello di Genzano che ha ottenuto per primo, nel 1997, l’IGP (ovvero l’Indicazione Geografica Protetta), prodotto tra Ciociaria e Colli Albani.
Di Santo annota che “tutti i libri che affollano il suo ufficio parlano di questa acqua salata (il Mediterraneo, ndr). Un’acqua che pian piano si tramuta, si confonde con quella dolce e con i frutti della terra. Il mare che diventa pane”.
Il pane è anche discriminante tra barbari e civilizzati, sottolinea lo studioso bosniaco: i primi si cibavano di una poltiglia ottenuta dai cereali selvatici, mentre i secondi coltivavano il grano da cui trarre il pane. E mette in rilievo il rapporto “sacro” con il pane, elemento fondamentale per la sussistenza dell’uomo.
Matvejevic ricorda l’usanza secondo la quale, se cade a terra, il pane “deve essere raccolto con rispetto e addirittura baciato”. Ma il pane può essere oggetto di contesa e addirittura di eresia, come testimonia lo scontro mai più sanato tra le chiese di Oriente e Occidente, tra pane azzimo o lievitato.
Sull’importanza del pane riflette anche padre Bianchi, fondatore della comunità di Bose: “noi uomini abbiamo fame, siamo esseri di desiderio e il pane esprime la possibilità di trovare vita e felicità”. E un buon piatto è il miglior modo per esprimere a una persona il bene che le vogliamo. Fratel Giancarlo Bruni racconta invece all’autore (e ai lettori) la propria passione per i funghi che rappresentano l’inatteso, il dono del gratuito, mentre “la tavola è […] il luogo in cui l’uomo viene rivelato a se stesso”, come creatura dipendente, insufficiente a se stessa.
Nella sua Trieste, Paolo Rumiz ricorda i viaggi in oriente e i profumi (e i suoni) che l’hanno accompagnato. Gerusalemme, Istanbul, la ricerca del sacro, i conflitti tra gli uomini di scarsa o nulla fede…
E c’è molto altro ancora. A tavola con Dio è infatti un libro piccolo nelle dimensioni, ma particolarmente ricco di spunti, di storie e di consigli per tutti gli amanti della buona tavola. Che si gusta nella mente e nel cuore, prima che in bocca.
Saul Stucchi
Illustrazione: Paolo Rumiz visto da Doriano Strologo.
Gianni Di Santo
A tavola con Dio
AVE
www.editriceave.it
2007, p. 144
€ 10,00