Una finale dei cento metri. Un classico dell’atletica. Una corsa che è anche una corsa dell’immaginazione. Forse un suo scacco. Perché non fai in tempo a pensarla – letteralmente: a goderla – che è già finita. A meno che si riesca, da scrittori, a fare quello che gli altri non possono nemmeno sognare di fare: a metterci dentro il mondo, una vita intera, a dilatarne il tempo minimo (almeno nell’immaginario dei più, il più breve di una performance sportiva), in un tempo che non è infinito solo perché non lo è una vita umana: ma che la racchiude, raccoglie e le dà un senso. Doloroso, va detto. Perché in questo strano movimento che è insieme fuga (liberatoria) e sintesi drammatica della vita del protagonista, nella catapulta della corsa rovinano una serie di ricordi e acquisizioni di consapevolezza niente affatto ilari o quiete.
Il protagonista del romanzo Nel vento (Feltrinelli) di Emiliano Gucci – fiorentino meno che quarantenne, al suo quinto romanzo – è un atleta, un velocista. Deve vedersela con qualche storiaccia che gli ha segnato la vita. Innanzitutto, un fratello bambino ucciso dal padre (scena con cui il romanzo ha inizio) e una relazione sentimentale esaurita. Tutto ciò costituisce un peso indiscreto di drammi e sconfitte che si depositano sulla gara decisiva, la gara di una vita, la gara che eccede se stessa per assumere l’aspetto di un compito ultimo, non più meramente agonistico. Quello in cui attraverso lo scatto e la tensione dei muscoli che si snodano per tagliare il traguardo prima degli altri, si potrebbe guadagnare un riscatto. La sfida – vinta – del libro sta nello stringere il racconto in un solo continuum di presente (lo svolgersi stesso della performance – e sua preparazione ed epilogo) e passato (non senza il rischio, difficile da schivare, di alimentarsi di infingimenti e autoinganni: di non chiarirsi per ciò che è davvero stato). Nonostante la corsa aiuti a scacciar via i fantasmi, si precisa man mano il compendio onesto di una biografia sentimentale nella sua resa dei conti finale. Il tutto dentro una tensione che tenta con un bel risultato di mantenersi costante, in un impasto anche molto fisico che convoglia nel gesto sudori, paure, scarpe e lacci delle scarpe, il sangue della testa spaccata del fratello, la folla che assiste alle gare, materiali dopanti e oggetti sparsi.
La riflessione sui fatti non è mai avulsa dal resto come un a parte astratto e appiccicato. “Batto le scarpe sui blocchi”: questa è una frase esemplare del romanzo. Ne dice bene la pulsazione, la consistenza plastica, il ritmo (mai come in questo caso intrinsecamente strutturale alla forma stessa dell’opera) la concreta e veritiera sostanza materiale. La vita con tutti i suoi rovesci e i suoi momenti felici è una; compresa tutta “nel vento” del titolo. Che se accumula ricordi, nel passo successivo, nel cambio di gamba cerca pure di lasciarseli alle spalle. Perché bisogna continuare. “Sei un centometrista, questa è la sola verità”.
Emiliano Gucci
Nel vento
Feltrinelli
Pagine 131, 12 €