
Non una biografia romanzata ma un romanzo vero che lavora di immaginazione: partendo da ciò che si conosce dell’uomo che ha registrato il più alto quoziente intellettivo (QI) della storia, il danese Morten Brask racconta La vita perfetta di William Sidis, bimbo che in tutta evidenza tale non fu mai se è vero che leggeva il New York Times a diciotto mesi e a quattro, cinque anni sapeva già il greco, il latino e l’ebraico – nemmeno Leopardi.
Con una scrittura che nella traduzione di Ingrid Basso si compatta intonata intorno ad alcuni episodi chiave di una vita fuori dal comune quant’altre mai, Brask mostra come William James Sidis (1898-1944, il secondo nome fu un omaggio del padre, noto e inquietante psichiatra, al filosofo americano) passò su questa terra pagando un prezzo molto alto alle sue doti – che pure il padre spacciò per l’effetto dei suoi metodi pedagogici e nulla affatto di una predisposizione naturale. I capitoli alternano scene dell’ultimo anno di vita con altre di molto precedenti, dalla pazzesca conferenza tenuta ad Harvard a dodici anni sulla Quarta Dimensione, davanti a una platea di scienziati sbalorditi (ottima la descrizione della tensione anche fisica di quelle ore, di questo marziano che si aggira tra la folla e ne percepisce persino gli odori intimi e vorrebbe morire: una roba paragonabile agli effetti di una scarica di cazzotti che molti anni dopo renderanno ebete il più grande dei pugili), ai pogrom antiebraici che avevano costretto i futuri genitori del ragazzo a fuggire dall’Ucraina. Ora, il padre di William era convinto che già a pochi mesi il figlio potesse essere stimolato a una crescita rapidissima attraverso metodi estremi, che negavano a priori il concetto stesso di infanzia.

Sì che il povero Billy viene destinato a una vita mostruosa se è vero che in piena adolescenza (se la parola ebbe un senso per lui) teneva corsi universitari a ragazzi ben più grandi di lui. Che lo coglionavano con tutta l’aspra allegria del branco che trovava nel ragazzino goffo e imbarazzato un ottimo mezzo di svago. Anche perché pretendere che studiassero in greco solo perché quella era la lingua di Euclide, forse era una richiesta eccessiva. E non gli andavano a genio le sue convinzioni pacifiste. I giornalisti presero a dargli la caccia come si fa con un banale fenomeno da baraccone.
A quel punto, non ci sarebbe bisogno di un genio per capire che la vita che hai davanti è un inferno proprio perché lo sei. William inizia a pensare a come sfuggirgli. Conclude che una vita perfetta per lui è una vita fatta di totale solitudine. Così rinuncia a tutto, a qualsiasi carriera, all’amore, cerca in ogni modo di far perdere le proprie tracce, lavora dove capita e mai troppo a lungo, scrive libri su argomenti bizzarri, non prima però di finire in galera per essersi fatto beccare, lui, l’uomo più improbabile della storia, tra “facinorosi” socialisti che combattono nella terra della libertà di chiunque purché non in odore di sinistra (tra le cui file il nostro era peraltro finito perché la conoscenza di varie decine di lingue risultava molto utile alla causa). Se ne esce, è per essere internato dal trucido padre che vede infranti i propri sogni di gloria per interposta persona. Il resto di questa vita toccante il lettore può scoprirlo da sé grazie a un libro che si fa leggere non senza emozione.
Michele Lupo