
Ieri sera, allo Spazio Tadini di Milano, è stato presentato il libro L’odore del legno e la fatica dei passi, prima opera (letteraria) del giovane regista teatrale Alberto Oliva, edita da Atì. Ne hanno parlato con l’autore e il folto pubblico di amici e appassionati di teatro il politologo Giorgio Galli (che ha firmato l’introduzione), Elena Petrassi della casa editrice e il critico Roberto Borghi, accompagnati dai commenti della tromba di Ivan Bert.
È stata sicuramente una presentazione fuori dall’ordinario: per la sede, prestigiosa, che l’ha ospitata, ma soprattutto per il manifesto affetto che legava regista e pubblico. Oliva ha esordito leggendo un brano di quella che a prima vista può essere confusa con una prematura autobiografia e che invece, come illustra il programmatico sottotitolo “Resto in Italia e faccio teatro”, è il racconto di un’esperienza positiva, la sua, con lo scopo dichiarato di invitare alla resistenza attiva in patria. “Che cosa possiamo fare per aiutarci, uscendo dal nostro deluso isolamento, e come possiamo trasformare in NOI il nostro IO?” si domanda alla fine del primo capitolo. E partendo dall’esilarante, deludente, alienante, ma significativo abboccamento con un ex assessore alla cultura di Milano (sì, lui!), Alberto ha tracciato il suo percorso professionale, svelando difficoltà, incontri fortunati, scontri, incomprensioni e successi, senza tacere le critiche ricevute. Su una in particolare ha voluto soffermarsi, perché secondo lui esemplificativa della generale (e grave) sovrapposizione dei termini (in loro neutri) di “giovane” e “innovativo”. 
Non che sfugga alle responsabilità il regista, ma vuole farsi carico – giustamente – solo delle proprie: non esiste la categoria dei giovani registi innovativi, così come non esiste (o non dovrebbe esistere, diciamo noi) quella dei vecchi registi conservatori. Quando costruisce uno spettacolo lo affronta per prima cosa studiandolo a fondo e confrontandosi con gli attori. Purtroppo però ha dovuto fare i conti con una diffusa diffidenza di quanti sospettano che i corsi di studio su un classico (come le Baccanti di Euripide) siano in realtà dei mezzucci a cui ricorrono registi privi di idee per appropriarsi di quelle altrui. Bisognerebbe avere più fiducia negli altri e considerare la cultura come un ambiente aperto in cui si scambiano le idee.
Elena Petrassi ha raccontato la genesi del libro, nato dalle chiacchierate con Alberto che le hanno fatto intuire il valore emblematico della sua esperienza, mentre Galli ha parlato delle minoranze intense che possono cambiare la società attraverso la forza e l’intensità delle azioni che compiono. Tra domande e testimonianze la presentazione si è trasformata in una sorta di seduta di analisi collettiva (del resto, che altro è il teatro? Almeno quello fatto bene…), ma è rimasta sostanzialmente senza risposta la domanda del politologo: pensate che la generazione dei venticinque-trentenni possa cambiare il modo di fare cultura in Italia? L’esperienza e il libro di Oliva sembrerebbero dire di sì. Chi scrive queste righe nutre invece più di un dubbio. Ricordate le parole con cui uno sconsolato Lo Russo chiudeva il film Mediterraneo (significativamente dedicato a “tutti quelli che stanno scappando”)? Non ci hanno lasciato cambiare niente. Ma l’importante è provarci, no?
Saul Stucchi
Alberto Oliva
L’odore del legno e la fatica dei passi
Atì Editore
2013, 204 pagine
18 €