Se un uomo incontra una donna solo per divertirsi, non sta bene che lei lo soffochi con le sue paturnie. Non che Hazel Morse non se ne renda conto, ma è più forte di lei. Colleziona maschi che la mantengono persino – avendo altre vite distanti da lei, vogliono solo uno spazio-tempo limitato (al piacere, va da sé) – fino a quando si stancano dei suoi lamenti e decidono di sparire. A cominciare da Herbie, il marito, che non comprende perché la donna non sappia vivere serenamente il suo primitivo sogno domestico di un appagante matrimonio. In realtà pure a lui gira presto storto; come per lo più accade con i matrimoni, l’affare diventa in fretta una gran palla, almeno per uno dei due in attesa che accada anche all’altro/a (difficilmente l’attesa dura a lungo). Peraltro, Hazel aveva sempre preso per certo “che esser apprezzata dagli uomini fosse una buona cosa”. Per questo, da giovane era stata “un vero spasso, una ragazza di compagnia” senza altre aspirazioni che quella. Se col marito impara ad apprezzare il gusto non sempre dolce di vivere anche lei in una perpetua “nebbia alcolica”, un po’ se lo sarà cercato.
Diciamo che non le risparmia nulla Dorothy Parker alla nevrastenica e depressa protagonista (si fa per dire) del suo racconto più noto, “Una bella bionda”, compreso nella raccolta Eccoci qui, ora in libreria per Astoria Edizioni. Era uno dei suoi tratti tipici, della Parker, divertirsi con le miserie della vita, la propria (anche lei come Hazel Morse fu tentata dal suicidio e non disdegnava l’alcol) e quella altrui. La sua cattiveria sembra impietosa ma adombra un lucidissimo, umoristico e a suo modo pietoso sguardo sull’esistenza umana (ma in letteratura, in questi tempi di invalidante e generalizzato vittimismo, una buona dose di tenera perfidia non fa che piacere): per una disgraziata come Hazel che nella sua New York vede dappertutto i segni di una profonda tristezza, non è che ci sia bisogno di satira: risulta abbastanza debilitata da sola.
Così come il corteo di uomini poco commendevoli che prima e dopo l’infelice matrimonio costeggiano la sua vita (alcolizzati cronici o figli di puttana che vanno a trovarla per spassarsela e tagliano la corda non appena lei mostra i segni della depressione). Quando, come in altri racconti, si sale nella scala sociale e l’ipocrisia s’incattivisce, allora la scrittrice e brillante giornalista di “Vogue” e del “New Yorker”, mostra la sua vena sferzante con minor pudore.
Il fatto è che Dorothy Parker conosceva e praticava il sarcasmo nobilitato dall’auto-ironia – quella vera; ora avrebbe orrore dell’indulgenza buonista e lagnosa che ammorba il versante sinistrato della sottocultura odierna (sull’altro lato meglio tacere). Per questo, sebbene non tutti allo stesso livello, i racconti tradotti da Chiara Libero sono, come l’aria fresca, benvenuti.
Michele Lupo
Dorothy Parker
Eccoci qui
Astoria Edizioni
traduzione di Chiara Libero
176 pagine, 15 €