Proprio un bell’incontro quello di ieri sera all’Instituto Cervantes di Milano. Tutto il merito è della simpatia dello scrittore catalano Eduardo Mendoza che ha rischiarato una giornata plumbea di fine novembre… pardon: di inizio aprile! In una sala gremita all’inverosimile, tanto da costringere alcune persone a prendere posto sui gradini della pedana, il direttore Lorenzo ha salutato lo scrittore e dato subito la parola al giornalista Luca Crovi, esperto di gialli.
“Tu scrivi come un fumetto!” gli ha detto Crovi e Mendoza ha confermato: l’umorismo è la sua forma naturale di scrittura. I fumetti che leggeva da bambino erano di due generi, umoristici e di avventura. In quelli umoristici l’utilizzo di un linguaggio molto elevato contrastava con la piccineria dei personaggi, contribuendo a dar loro un aspetto ridicolo. “Ma tu ridi quando scrivi i tuoi libri?” gli ha domandato Crovi. Mendoza ha risposto che ride quando gli viene un’idea e ha provocato una risata generale quando ha confessato che è proprio un bel lavoro passare tutto il giorno a pensare a stupidaggini! Ma l’umorismo è una cosa seria: è come un meccanismo svizzero che deve funzionare alla perfezione se si vuole ottenere un risultato. Scrivere un libro umoristico è un’operazione molto rischiosa.

Alla domanda su quanto sia difficile tradurre in italiano la prosa fantasiosa di Mendoza ha risposto direttamente Danilo Manera, docente di letteratura spagnola contemporanea e cultura spagnola alla Statale di Milano, nonché scrittore e traduttore di Mendoza per Feltrinelli. “Se non fa ridere, hai fallito come anche tu come traduttore”, ha detto Manera, sottolineando il coraggio dell’editore che ha accettato la sfida di non prendere la scorciatoia della semplificazione per rispettare la complessità lessicale dell’originale. E ha svelato alcune proposte di nomi per i protagonisti dei romanzi di Mendoza. Flint il Dritto, per esempio, ha rischiato di chiamarsi il Fusto Ringo, Ringo il Dritto, Flint il Gagà, Flint il Figo, il Dritto Flint, il Fighetto Flint… Quando traduce Mendoza il suo obiettivo non è la filologia, ma l’effetto.
Crovi ha poi chiesto a Mendoza perché il suo protagonista non abbia nome e quale sia il motivo di un rapporto così stretto con la follia. Lo scrittore ha spiegato che durante la stesura del primo romanzo si accorse di essere arrivato alla fine senza aver dato un nome al protagonista. Non gli interessava affibbiargliene uno, anche perché questa forma di anonimato si confà con il suo essere disgraziato. Gli ultimi vengono sempre apostrofati con nomi generici. Anche la follia è un tema legato al primo romanzo. Ai tempi Mendoza aveva letto in un trafiletto di giornale una notizia che l’aveva fatto meditare: la polizia di Barcellona usava come informatore un uomo con problemi psichici. Costui era folle ma non stupido e risultava praticamente invisibile perché nessuno si accorge dei pazzi.
L’ultima parte dell’intervento Mendoza l’ha dedicata a parlare del suo ultimo romanzo, O la borsa o la vita (Feltrinelli), in cui la crisi – come ha spiegato – è un tema ben presente, senza però che lui si fosse posto l’obiettivo di scriverci sopra. La cancelleria tedesca Angela Merkel in visita a Barcellona è nel mirino del terrorista internazionale Alì Aaron Pistolino, ma avrà anche modo di intessere una entente cordiale con uno spagnolo. I lettori hanno salutato Mendoza con un caloroso applauso, mentre fuori, finalmente, smetteva di piovere.
Saul Stucchi
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