Ci sono autori del ‘900 – di quelli che chiamiamo classici – che sembrano scomparsi dalla ricezione dei lettori e anche da ogni riferimento critico (fosse anche maldisposto). Anche se è da poco apparsa una nuova traduzione del romanzo L’uomo senza qualità (da Newton Compton), il caso di Robert Musil, da noi, è esemplare. La sua narrativa, fatta forse eccezione per I Turbamenti del giovane Torless, pare oggi lontana dai gusti dei molti e dei pochi, anche i meno corrivi. Scrittore poco interessato alla trama, “troppo intelligente per essere poeta” come gli fu rimproverato già in vita, meno indulgente di altri nella rappresentazione della finis Austriae che per lui non fu mai esercizio retorico o estetizzante ma solo il punto di partenza per un’esplorazione filosofica rigorosa dell’uomo occidentale fra ontologia e destino.
Un’occasione per avvicinarlo è la novella Il compimento dell’amore, appena riproposto da Passigli. In origine essa è parte di un dittico: assieme al racconto La tentazione della silenziosa Veronika esce nel 1911 con il titolo Unioni. Sotto il tema apparente dell’adulterio se ne svolge un altro, una messa in crisi del concetto di causalità: la penetrazione capillare della vita psichica della donna che tradisce il marito, descritta con un’acribia investigativa e stilistica oggi poco usuali, erode pian piano il paradigma principe di un’intera civiltà: il nesso causa-effetto che il pensiero occidentale ha ritenuto a fondamento delle sue azioni.
Se il paradosso esplicitato dal titolo invita a considerare possibile che un tradimento possa essere una via per sigillare un amore (quello con il marito tradito) ne deriva che mai come in una narrazione del genere il senso – se ve n’è uno – è nel farsi non delle occasioni di una trama (la serie dei “fatti” che spingono la donna a tradire) ma nell’arbitrio del caso, scandagliato attraverso una prosa magistrale (ottima la resa in traduzione di Gianni Bertocchini) che insegue l’alea di un vissuto psichico imponderabile.
Se la trama non è niente, in Musil, e la scrittura è tutto, non si può dire altrettanto di uno scrittore a lui molto vicino per tempo storico e area linguistico-geografica. Stefan Zweig nasce nel 1881, un anno dopo Musil, e come l’altro muore nel 1942. Poligrafo dalla produzione assai cospicua, meno grande di Musil, dalla presa certo più agevole (non a caso godette in vita di grande popolarità, non sufficiente peraltro a risparmiargli l’ira del nazismo; e anche più frequentemente tradotto negli ultimi anni), scrisse fra le altre cose queste Quattro storie dal paese dei bambini, anch’esso date ora alle stampe da Passigli.
Il racconto centrale, Bruciante segreto, s’accampa anch’esso in una storia di donne fedifraghe; ma tutto è visto dalla prospettiva di un bambino, il figlio della donna, che durante un soggiorno in montagna con lei assiste al corteggiamento (che lui però non sa come chiamare e “interpretare”) di un uomo che – questo invece lo capisce subito – lo usa per avvicinare la madre. Solitudine, inganno e iniziazione alla brutalità della vita adulta sono i termini attraverso i quali si scrive questa storia compatta, fatta di pagine drammatiche, cupe, talvolta un po’ didascaliche ma robuste nella strutturazione dei personaggi e nell’analisi psicologica. Le storie di Zweig gettano una luce implacabile sull’inevitabilità del dolore che accompagna lo struggente addio all’infanzia e il baluginare della consapevolezza amara di cosa sia la vita degli adulti. Leggetele, assieme a Musil.
Michele Lupo
Robert Musil
Il compimento dell’amore
A cura di Gianni Bertocchini
Passigli
Pagine 120, 9.90 €
Stefan Zweig
Bruciante segreto
Traduzione di Loredana De Campi
Passigli
Pagine 176, 14.90 €