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Voi siete qui: Biblioteca » Il tour della blogger cubana Yoani Sánchez fa tappa a Monza

1 Maggio 2013

Il tour della blogger cubana Yoani Sánchez fa tappa a Monza

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Che non sarebbe stata una serata tranquilla lo si è capito fin dall’inizio. Nella sala conferenze della sede de Il Cittadino di Monza entra Gordiano Lupi, esperto di cose cubane e traduttore di Yoani Sánchez, per annunciare ai giornalisti che la blogger dissidente cubana sta poco bene e che la sostituirà lui per rispondere a eventuali domande.

Il brusio si trasforma in un attimo in aperta polemica: noi giornalisti non siamo arrivati lì per ascoltare le parole di Lupi, per quanto ferrato sulla materia, ma per ascoltare il racconto di Yaoni che poco dopo terrà un incontro pubblico al Teatro Manzoni per il ciclo Le primavere di Monza. Gli animi si scaldano e Lupi esce dalla sala, mentre a una collega del Cittadino scappa la candida confessione “Yoani adesso arriva, ha chiuso il suo pezzo”.

Sanchez_coverDopo qualche minuto prende la parola Mario Tricarico, editore di Anordest, per i cui tipi Lupi ha appena pubblicato Yoani Sánchez. In attesa della primavera (con prefazione di Mario Calabresi). Tricarico racconta ai giornalisti “sono tre giorni che giriamo l’Italia con qualche rischio. Il libro sta avendo un grande successo: ha venduto infatti 5 mila copie in meno di una settimana”. Di Lupi, seduto al suo fianco, dice che è il più grande amico di Yaoni Sánchez in Italia. È il suo mentore, colui che l’ha introdotta nel nostro paese. L’ha colpito l’affetto della gente, tolta una minima parte che interviene agli incontri solo per fare polemica.

Da parte sua Lupi racconta come ha conosciuto Yoani: sei anni fa Andria Medina (che scrive di Cuba con il nickname di Gaviota) gli segnalò la blogger inviandogli il link di un suo articolo. Lupi era andato a Cuba da comunista, convinto di scoprirvi il paradiso, ma constatò che vi erano due realtà: quella del parmigiano reggiano, del profumo Chanel n. 5 e del Politburo e quella della gente comune che fatica a vivere la vita di tutti i giorni. Gli è subito piaciuto lo stile letterario di Yoani che gli ricorda quello degli scrittori cubani che ha sempre amato. Di sua iniziativa si è messo a tradurre gli scritti della blogger e giornalista finché un giorno non ha ricevuto una sua mail con la quale la Sánchez gli affidava la password del blog e lo invitava a gestire la versione italiana.

A questo punto, annunciata da una scia di profumo delicato, compare in sala Yoani che in spagnolo chiede scusa ai giornalisti per il ritardo. Lupi prosegue il racconto rievocando l’intervento di Omero Ciai (“il non plus ultra per quello che riguarda la cultura sudamericana in Italia”) che consigliò al direttore de La Stampa Mario Calabresi di affidare una collaborazione alla giornalista cubana.
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Una collega chiede a Yoani se a Cuba negli ultimi anni la situazione sia migliorata o peggiorata e la blogger spiega la differenza dello stile repressivo di Raul Castro rispetto a quello del fratello Fidel. Domandarsi quale sia migliore ha poco senso, di sicuro quello di Raul non lascia tracce legali. Eppure qualcosa sta cambiando: le persone trovano sempre più il coraggio di dire ad alta voce quello che pensano e la tecnologia aiuta ad amplificare le loro critiche.

Le riforme economiche introdotte da Raul hanno causato al regime una perdita di parte del controllo sulla popolazione. Raul, per esempio, non poteva immaginare che la possibilità di acquistare telefoni cellulari avrebbe consentito l’utilizzo di Twitter. Le riforme rauliste hanno uno scopo chiaro, quello di conservare il potere. Vanno in direzione di una maggiore flessibilità, mentre potevano anche spingersi verso una maggiore radicalizzazione. Ma il problema non è tanto la direzione, quanto l’intensità e la velocità con cui sortiranno degli effetti.

La situazione economica denuncia chiaramente che oggi a Cuba ci sono maggiori disparità rispetto a dieci anni fa. Ogni giorno c’è una minoranza che vive sempre meglio e una maggioranza che vive sempre peggio. “Siamo nel paese dell’eufemismo” – ha detto Yoani – “Quelli senza lavoro non sono chiamati disoccupati, ma lavoratori a disposizione”. C’è un solo sindacato che non rappresenta i lavoratori di fronte al potere, ma il potere di fronte ai lavoratori. “A Cuba non c’è il socialismo, ma un capitalismo di Stato” ha affermato.

Lei ha aperto il suo blog (Generación Y) nel 2007. Dal marzo 2008 al febbraio 2011 è stato bloccato dall’interno dell’isola. Ma questa censura è stata un fallimento perché non c’è nulla di più attrattivo per un cubano (“come per chiunque altro”, ha aggiunto) di quello che è proibito. I suoi compatrioti hanno inventato vari modi per trasmettere informazioni. Il mercato illegale delle informazioni lascia sbalorditi per quantità e qualità. A Cuba le informazioni si acquistano al mercato nero non in megabyte o in gigaybyte, ma addirittura in terabyte! Personalmente non ha tanto paura della violenza o dell’arresto, quanto piuttosto della morte sociale a cui potrebbero condannarla quando tornerà a Cuba.
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Fuori dal Teatro Manzoni alcuni carabinieri presidiano l’ingresso, mentre un gruppetto di persone distribuisce volantini dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba in cui vengono sintetizzate in nove punti le “cose su Cuba che Yoani Sánchez non racconterà mai”.

Si va dal blocco imposto dagli USA a partire dal 1962, al terrorismo, passando per l’educazione, le elezioni e i diritti umani: “Secondo la relazione 2012 di Amnesty International, Cuba è uno dei paesi del continente americano che meno viola i diritti umani; secondo Amnesty International le violazioni dei diritti umani sono più gravi negli Stati Uniti che a Cuba; secondo Amnesty International, non c’è attualmente alcun detenuto politico a Cuba”.

Personalmente rimango un po’ sorpreso nel constatare che la sala è tutt’altro che gremita: in platea ci sono molti posti vuoti. La scelta del giorno infrasettimanale e dell’orario pomeridiano può aver influito. Il sindaco di Monza, Roberto Scanagatti, dà il benvenuto alla giornalista, riconoscendo che “chi è testimone di libertà è anche testimone di giustizia”. Si scusa di non poter rimanere a causa del consiglio comunale imminente e si augura che la Sánchez possa tornare presto a Monza per visitare i tesori della città.
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Alla domanda su cosa la infastidisca di più delle contestazioni che riceve, Yoani risponde che è il bello della democrazia. Partendo da Cuba ha iniziato un lungo viaggio che le sta cambiando la vita, proprio come quello di Ulisse. Vedere che viene accolta spesso da due gruppi di persone, uno composto da sostenitori e l’altro da contestatori, le fa apprezzare il valore della libertà. Le piacerebbe che nel suo paese fosse possibile questa libertà, mentre la infastidisce chi per sostenere le proprie convinzioni azzittisce e limita la libertà degli altri.

È rimasta molto sorpresa dalla Cuba che ha incontrato fuori dall’isola e le piacerebbe sapere come il governo castrista giustificherebbe le diseguaglianze e i problemi se venisse eliminato l’alibi dell’embargo americano. Ma c’è qualcosa di buono in quello che fa il governo cubano? Prima di rispondere a questa domanda premette che essere critici con il governo non significa essere contro Cuba.

Cuba è molto più di un partito. È esistita prima della rivoluzione del 1959 ed esisterà anche dopo la data – che ancora non conosciamo – della fine del regime castrista. Gli aspetti positivi (la solidarietà, il sorriso, l’intelligenza…) sono tipici della natura cubana, non del comunismo cubano.


Nel suo racconto ha messo in evidenza le luci e le ombre del sistema: le scuole gratuite e l’indottrinamento, la sanità gratuita ma l’imposizione del silenzio sulle mancanze e i difetti del sistema stesso. Nella Cuba che sogna Yoani nessuno sarà messo a tacere in cambio di servizi gratuiti.

Ha grande fiducia nell’influenza della tecnologia nel processo di cambiamento, ma non è un’illusa: non sarà facile cambiare un sistema che vige da oltre cinquant’anni. L’informazione a Cuba arriva con effetto boomerang: esce dall’isola grazie all’impegno di pochi (ci sono soltanto 123 utenti indipendenti di Twitter su una popolazione di circa 11 milioni di persone) e vi ritorna dalle varie comunità cubane all’estero.

Probabilmente solo la soluzione biologica, con la morte della generazione storica che ha fatto la rivoluzione, porterà un cambiamento sull’isola. Ma il regime di violenza deve finire, secondo lei, con l’arma della parola, per evitare di trasformare in santi o in martiri quelli che oggi sono al potere.

Quando è arrivato il momento delle domande del pubblico la situazione è degenerata, tra domande pertinenti e altre prolisse, testimonianze toccanti, ricordi personali, polemiche fuori luogo. Una signora cubana ha polemizzato con la Sánchez, accusandola di raccontare soltanto mezza verità, quella a lei più comoda, ma attirandosi le critiche di alcuni presenti in sala.

Il tono si è alzato ma si è abbassato il livello che è sceso a tratti agli insulti. Diciamo che non è stato un bell’esempio di democrazia. Del resto aveva ragione da vendere Churchill quando diceva che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre finora sperimentate. Ma aveva in mente quella anglosassone…
Saul Stucchi

Gordiano Lupi
Yoani Sánchez. In attesa della primavera
Edizioni Anordest
2013, 227 pagine, 12,90 €

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