Se non sbagliamo immaginando interessi storico-geografici nei lettori di ALIBI, possiamo forse permetterci di suggerirgli un libro tanto serio quanto godibile alla lettura. La Storia culturale del clima scritta da Wolfgang Behringer è uno studio equilibrato – se è lecito l’aggettivo – nel punto di vista (a proposito del che fare), e rigoroso come apporto storico nel crocevia che il tema del clima intercetta fra natura e storia (sociale), geografia e cultura.
Lo storico individua dapprima le fonti della storia climatica, le conoscenze e le sviste di base supposte nel lettore, quindi le cause del cambiamento e soprattutto il rapporto che intercorre con la storia umana. Perché – per dire – ogni variazione, seppur minima, della temperatura nel lungo periodo ha prodotto degli effetti sulle zone del mondo interessate – figurarsi le macro-oscillazioni passanti fra “era glaciale” e l’attuale, controverso, “riscaldamento globale”.
Intanto, studi come questo hanno il merito di ricondurre la storia dell’uomo in un alveo di sana aderenza alla concretezza biologico-materiale dell’esistenza sulla terra; d’altra parte, mostrano come l’evoluzione di questo speciale mammifero lo abbia condotto a una particolare sollecitazione “interpretativa” dei fattori ambientali, quelli climatici compresi. Talché ne risulta che se lo scienziato non può fare a meno dell’umanista (ci si esprime in senso lato, va da sé), il secondo, che crede di poter fare a meno del primo, merita l’estinzione cui sembra destinato.
A differenza di altri animali l’uomo ha saputo manifestare un’”elastica reazione culturale” ai cambiamenti climatici – elastica anche in negativo, nella possibilità di condizionarlo. Ma è ovvio che il primo rapporto fra cause ed effetti a venire in mente è la ricaduta sulla vita economica e sociale. Con un’attenzione particolare al momento definito “piccola era glaciale”: un raffreddamento (relativo ma non indolore) delle temperature fra il XIII e il XIX secolo. Le cause non sarebbero note ma i cambiamenti di flora e fauna, il congelamento di laghi e fiumi si accompagnarono (determinarono?) la fine dei vichinghi in Groenlandia, il declino di paesi come l’Islanda e la Norvegia e fecero la loro parte nell’immane catastrofe della Morte Nera, ben nota alla storia letteraria e artistica (italiana ma non solo). Persino la persecuzione antisemita subì un’accelerazione a ridosso di quell’epoca.
Se le prime crociate ebbero in questo un ruolo cruciale, l’aumento della miseria dovuta alla peste del ‘300 peggiorò sensibilmente le cose. “Non poterono attribuirgli la colpa del cattivo tempo” scrive Behringer ma al capro espiatorio per eccellenza credettero di poter imputare la contaminazione dell’acqua nelle fontane. Ciò che fu risparmiato agli ebrei – si fa per dire – ricadde sulle “streghe”: “ogni sorta di malattia innaturale” si pensò fosse colpa loro, anche il cattivo tempo che peggiorava i raccolti, dunque le condizioni di vita, carestie, infecondità, fino alla peste del ‘600 (difatti dopo di allora la figura – questa raccapricciante invenzione della storia europea – si dileguò).
La storia umana d’altra parte principia con l’Olocene, a ridosso dell’Era glaciale. Ossia inizia con un riscaldamento – come usa dire oggi – globale. Da allora inizia la coltivazione. La storia delle variazioni climatiche in rapporto agli sviluppi sociali secondo Behringer insegna abbastanza da impedirci di sottrarci alla responsabilità di una politica climatica, ma ci trattiene anche dal prendere sul serio i “sacerdoti della salvaguardia dell’Esistente” e la loro “favola dell’equilibrio perduto con la natura”. L’uomo la condiziona e ne è condizionato, ma soprattutto si adatta, muta, reinventa. Un equilibrio originario e “puro” non esiste.
Michele Lupo
Wolfgang Behringer
Storia culturale del clima
Bollati Boringhieri
Pagine 350, 26 €