La casa editrice Rupe Mutevole ha mandato in libreria La goccia e la civetta, raccolta di poesie di Valentina Cavera, collaboratrice di ALIBI. Qui sotto riportiamo alcuni stralci della prefazione di Franco Loi e due poesie dell’autrice.
Il ruolo della poesia non ha contemporaneità e ce l’ha sempre. Non è come una moda che muta a seconda della notorietà dei poeti e dei gusti di un’epoca. In qualsiasi tempo la poesia è vivo insegnamento in quanto riflesso d’un autentico modo di essere e di vivere. Tanto è vero che leggiamo Omero, come Dante, e tutti i poeti del passato che hanno detto cose ancora oggi necessarie alla comprensione di noi stessi e i nostri rapporti con il mondo.
La poesia è molto diversa da quel che generalmente si crede. Non è un mestiere, non è il prodotto di una tecnica, e non è nemmeno un effluvio sentimentale o la più o meno riuscita esposizione di un’idea. Professori e critici possono esercitare il loro pensiero su una poesia e trarne una infinità di dati e riferimenti logici, ma prima dev’esserci una poesia. La lunghezza delle sillabe , il ritmo, le assonanze o dissonanze, e tutto ciò che può costituire un apparato critico non è in grado di riprodurre una poesia.

[…] Ogni raccolta di poesia è come un diario non pensato. L’importanza della poesia è nello svelamento a te stesso di ciò che tu non sai: tu dici la tua esperienza ma questa ne scaturisce in modo diverso da come è registrata nella consapevolezza. E qui sta l’utilità della poesia: nel suo rivelare all’uomo ciò di cui non è ancora consapevole. Ma non solo questo. Quando qualcuno ascolta la poesia, sente risvegliarsi in sé la propria esperienza. Non che sente le senta le stesse emozioni o abbia gli stessi pensieri che hanno agitato il poeta, ma richiama a sé e alla propria memoria l’ascolto di se stesso.
E non dobbiamo dimenticare che, comunque, la parola è suono, e un verso è una sequenza di suoni. E, come scrive Yeats, «I suoni in poesia sono più importanti dei significati apparenti». Il poeta irlandese vuol dire che la musicalità sollecita e risveglia nell’uomo quello stesso movimento che ha operato nel poeta. Dunque la poesia ha una funzione educatrice in chi ascolta.
Ora veniamo a Valentina Cavera che ha scritto una cosa molto importante di cui forse non ha piena consapevolezza: «Quanto è gelida la strada a volte, sotto il soffitto di amari pensieri». È il pensiero che aggrava il dolore. Pensate come sarebbe stata diversa quella strada senza i pensieri che le hanno mutato sensazioni e stati d’animo, e forse l’hanno anche resa disattenta alla corporeità di quella strada. Lei senza volerlo ha toccato uno dei temi più gravi del nostro tempo occidentale: la preponderanza del razionalismo sul modo di essere e di trattare il rapporto con la vita. Infatti lei aggiunge: «Nelle acri radure di silenzi, accovacciati nel vuoto che non ha svolte». Il silenzio non ha nulla di acre, ma abbinato agli “amari pensieri” diventa acre. Questo ci dice quanto è distruttivo il pensiero. Se ci si fa caso: la gioia non la si pensa, ma si prova. La sensibilità soprattutto quando è grande, non va enfatizzata col pensiero. Il pensiero ha solo il compito di constatare e di distinguere. Ma noi abbiamo l’abitudine di sostare col pensiero su ogni esperienza negativa. La poesia poi prosegue: «È soltanto follia di librare/ scalza, nelle notti della vita/ per guardare in faccia la luna/ bianca, di spuma,/ e quella civetta/ che in gabbia non vuol stare».
Ecco, in questo verso di questa bella poesia, la civetta “in gabbia non vuol stare”. La civetta ha diverse funzioni simboliche, a volte opposte, e di solito come tutti gli uccelli notturni, richiama emozioni non sempre piacevoli. Ma in questo caso, insieme alla parola gabbia, ha un altro significato – tanto più in relazione ai versi precedenti. Poiché, nei primi versi, c’è il pensiero che aggrava l’emozione del silenzio – anche se poi ci sono anche la luna, la spuma, la civetta e la gabbia. A me vien subito da pensare che la gabbia sia un inconscio riferimento al pensiero – e infatti la civetta non vuol rimanere rinchiusa, vuole liberarsi dall’intrusione delirante. La civetta, forse, in questo caso rappresenta la naturalezza. Dunque si può vedere quante implicazioni può avere la parola della poesia. Prendiamo ora “Gli amanti nel silenzio”: «hai Lasciato una goccia del tuo profumo sul mio letto, di grande bellezza…», e già questa immagine è significativa della levità dell’emozione – basta una goccia, basta un alito ed ecco la sequenza a catena dell’emozione. “La goccia” rappresenta il corpo dell’emozione, ma subito si dice: «trasparente come…» e ci si aspetta una serie di similitudini e invece si nota che “la cosa che hai lasciato è così limpida nell’essere piacere d’eterno”. Dunque, lascia qualcosa che non si può corrompere o distruggere. E ogni momento della vita, ogni nostra emozione dovrebbe essere così… tutto sopra e sotto e attorno a noi lascia un segno d’eterno. Ma noi non ce ne rendiamo conto, non ci soffermiamo sulla ricchezza del nostro trascorrere tra le cose e tra le persone.
Dalla prefazione di Franco Loi
Valentina Cavera
La goccia e la civetta
Rupe Mutevole
2011; pp. 72
10 €
Gli amanti nel silenzio
Hai lasciato una goccia del tuo
profumo sul mio letto,
di grande bellezza, che lentamente
sinuosa perpetuava nel silenzio.
Hai lasciato una goccia del tuo
profumo, come linda oasi che
ha racchiuso i pii nostri volti.
Una goccia come nettare di
verità svelate, come seme
del gemere inusuale, sensuale.
Trasparente come ombra di sorriso
e pianto che davanti al sole non vacilla,
rimane goccia, nell’essere piacere
d’eterno.
Zingarella
Quanto è gelida la strada a volte
sotto il soffitto di amari pensieri
nelle acri radure di silenzi
accovacciati nel vuoto che non ha
svolte
è soltanto follia di librare
scalza, nelle notti della vita,
per guardare in faccia la luna
bianca e di spuma
e quella civetta
che in gabbia non vuol stare.