Non che non sia venuto a noia l’11 settembre. Senza dilungarci sull’argomento per non cadere in contraddizione, vale la pena sottolineare il fatto che nel discorso pubblico, compreso quello artistico, la data per ovvi motivi si pregia di uno statuto speciale che obbliga lettori, ascoltatori, interlocutori di chi quel discorso lo prende in carico, a una pregiudiziale riverenza, rischiando in tal modo di concedergli uno sconto simbolico che invece spesso non aiuta una lettura franca, sincera, aperta – così ci siamo avvicinati a due romanzi recentemente tradotti in italiano con un po’ di scetticismo. Invece bisogna riconoscere a entrambi spunti interessanti.
Un anno dopo, lo ha scritto l’americano Scott Lasser, al suo terzo libro. Lo ha tradotto Carla Calmieri per Einaudi. Si tratta di una storia di famiglia, ma di una famiglia cui la tragedia dell’11 settembre cambia le cose fino a un certo punto – è una famiglia sgangherata da sempre. Kyle lavora nella finanza, Wall Street è il suo mondo in un’epoca in cui Wall Street è il mondo. Viene a sapere che la donna che lo ha lasciato alcuni mesi prima aspetta un figlio da lui. Non sa bene come reagire, lui vive di affari, “sono stati cinque anni splendidi per i mercati azionari”, pensa, e benché sia poco più che quarantenne calcola che il gruzzolo accumulato, fra breve gli permetterà di chiudere con il lavoro. Intanto si consulta con Cat, la sorella, con cui si vede pochissimo. Decide di rintracciare la sua ex e il bambino che verrà, ma non farà in tempo, perché verrà inghiottito dalla polvere delle torri esplose.
C’è il padre di Kyle, ebreo non credente, prossimo alla fine, disposto pure a sciropparsi qualche rituale se questo dovesse servire a riavvicinarlo a Cat, la quale non sa che lui non è il padre naturale. E Cat stessa, intanto, è impegnata a cercare il figlio del fratello, e la donna che l’ha partorito. Le rincorse private di questi rapporti mancati assumono da subito il tono di una infelicità fredda, ostinata, pervasa com’è dello spirito americano di questi anni. In fondo, il vecchio Sam lo sa, “a dispetto della sua enorme potenza tecnologica ed economica, della sua arte e della cultura e delle grandi università, e malgrado non abbia mai smesso di esaltare le virtù dell’Illuminismo occidentale, l’America è nel profondo del suo cuore una nazione guerriera, molto più Sparta che Atene”. Di questo spazio-tempo i personaggi fanno parte come la carne viva, seppure ignara, di un mastodontico corpo malato, estenuato, in cui le forze individuali provano a ricostruire il senso della loro vita.
Laddove il protagonista principale del romanzo di Thomas B. Reverdy, L’ombra vuota (Sironi, tradotto da Gaia Amaducci) a questo spirito americano è estraneo, come l’autore. Simon è francese, come tutti ha subito uno shock dallo sbriciolamento delle Twin Towers, a forza di sentire che il mondo è cambiato ci crede; poi è un intellettuale, si sente in dovere di capire. Approfitta di un’occasione universitaria e per un po’ se ne va a New York. Magari potrebbe scriverci un romanzo, pensa, su questa America sbandata. Simon corteggia le tracce residue di una cultura umanistica portata a credere nelle virtù della letteratura, nelle sue capacità di comprensione delle cose. Guarda questo paesaggio livido e caotico che è la megalopoli, si perde in una lingua che non gli è del tutto chiara, scruta preoccupato abitudini (anche culinarie) che non comprende sino in fondo: ce n’è abbastanza per concludere che in realtà è fuori dalla possibilità di capire davvero. Un senso acuto e doloroso di estraneità gli fa dubitare che la sua intrapresa abbia un senso. Fino a quando sulla sua strada finisce un piccolo gruppo di personaggi che sono quell’America lì, affogati in una tragedia più grande di loro, in tutta evidenza impreparati ad affrontarla. L’ex poliziotto Pete non digerisce affatto che un operaio mussulmano (e arabo) che lavora a Ground Zero, si faccia sorprendere proprio lì a pregare il suo dio. Gli sembra davvero un pessimo scherzo, gli sembra come se il mondo non fosse pago di avergli già inflitto, a lui e al suo paese, un terribile affronto. Quel musulmano dal suo punto di vista è un insulto alla pietà. Così, quando lo trovano ammazzato, il sospetto che Pete, sempre con la una pistola infilata da qualche parte, ne sappia qualcosa, è ovvio.
Con una scrittura alacremente descrittiva, di rimarchevole minuziosità, non ignara (mi pare) di alcuni tratti nouveau roman, ma calata dentro una tonalità noir che attraversa una stratificata gradazione di grigi, vediamo Simon alle prese con un ragazza che conosce Pete. Sarà allora che forse potrà dare un nome all’infelicità macerata successiva al collasso delle torri, cercando di capire negli intrecci di una piccola storia se essa ci riguardi fuori dai suoi confini, se non abbia da fare con una storia più grande, fuori dai confini di Manhattan.
Michele Lupo
Thomas B. Reverdy
L’ombra vuota
Sironi Editore
2011; pp. 192
17 €
Scott Lasser
Un anno dopo
Einaudi Stile Libero
2011; pp. 248
18 €