Il 28 ottobre del 2015 ALIBI Online pubblicava la prima recensione di quello che sarebbe così diventato il suo critico cinematografico. I lettori lo conoscono con la misteriosa sigla di LSD che è giunto (e giusto) il momento di sciogliere: l’acronimo, incrociato ironicamente per alludere alla sostanza psichedelica, sta per Luigi Di Silvestro. Il suo esordio fu nel segno del cinema giapponese con il film Viaggio a Tokyo di Ozu Yasujirō (1953). Il 18 dicembre del 2022 è stata pubblicata la sua centesima recensione, dedicata a Schiava d’amore di Nikita Michalkov (1975).

La breve intervista che segue è un omaggio al nostro critico cinematografico, ma soprattutto un sentito ringraziamento per la sua prolifica collaborazione.
Di quale recensione sei più soddisfatto?
Della prima, perché, pur non essendo quella migliore da molti punti di vista, è stata quella che mi ha fatto capire che – a prezzo di molti sforzi – potevo anche io riuscire a scrivere. Per uno che fino a pochi anni prima le uniche cose che stilava erano relazioni scolastiche o verbali di riunioni, si tratta sicuramente di un traguardo importante.
A questo proposito racconto un breve aneddoto. Quando il sommo direttore mi ha chiesto se fossi disponibile a parlare di cinema, dandomi la massima libertà nella scelta dei film e nella struttura della recensione, ho aperto il computer e mi sono subito messo al lavoro. Dopo circa due settimane, Saul mi ha richiamato, chiedendomi se per caso avessi abbandonato l’idea. Gli ho risposto la verità, cioè che – al contrario – mi ero talmente appassionato al mio compito che avevo scritto e poi riscritto e poi cancellato e riscritto… Credo di averla rifatta quattordici volte!
Ovviamente non ero soddisfatto neppure dell’ultima stesura, ma avevo finalmente rotto l’incantesimo e avevo partorito il mio primo “figlio”. Tutto questo per dire che ce ne sono altre che mi sembrano migliori e magari sono venute quasi di getto, ma “il primo amore non si scorda mai”.
Quale recensione, invece, riscriveresti?
La risposta è facile: sicuramente la prima. Perché non avevo ancora le idee chiare su come strutturare i miei pezzi. Inoltre perché – rileggendola oggi – mi sembra troppo semplice e alla buona. Con il passare del tempo e con l’esperienza acquisita sul campo, credo di essere riuscito a raggiungere uno stile personale preciso e di essere stato capace anche di esprimere quanto avevo intenzione di raccontare riguardo ai film che prendevo in esame.
Certo, per tornare alla domanda, se riscrivessi la recensione a Viaggio a Tokyo, approfondirei di più la figura di Ozu, mi soffermerei sui rapporti familiari e su come siano cambiati nel tempo (e non solo in Giappone). Probabilmente cercherei, fin dove ne fossi capace, di rendere l’atmosfera triste, ma al contempo viva che caratterizza il viaggio dei due vecchi nella capitale.
C’è un film che non osi recensire?
Che io non osi recensire, no. Però ci sono molti film, specie quelli che hanno fatto la storia del cinema, sui quali è stato versato molto inchiostro e da persone ben più qualificate di me. Non saprei allora cosa aggiungere di più al tanto che già è stato detto.
Credo che sarei costretto a uscire dall’analisi tecnica dell’opera, per dedicarmi di più ad argomenti di contorno, a curiosità oppure a eventuali rapporti tra la pellicola in questione e la nostra vita di oggi. Per fare un esempio, Quarto potere di Orson Welles (che pure giudico tra i migliori film di tutti i tempi), è, per le inquadrature, la sceneggiatura, il montaggio ecc…, uno dei punti più alti toccati dalla settima arte.
Allora, dopo aver messo in evidenza le qualità dell’opera, mi dedicherei alla carriera di Welles, all’influenza che il suo cinema ha avuto sui suoi successori e su quanto Rosabella resista ancora per noi uomini del terzo millennio.
Dei 100 film recensiti, qual è il tuo preferito?
Immagino che la domanda non sia “quale è la recensione che ti sembra più riuscita?”, perché, in questo caso, andrei in difficoltà. Spesso mi sono piovuti dal cielo articoli che meravigliavano anche me per la loro resa, pur se non parlavano delle pellicole che preferisco.
Invece, se devo dire il mio film del cuore, sono combattuto tra due lavori. Io e Annie di Woody Allen e La signora della porta accanto di François Truffaut. Sono entrambi due storie d’amore: il primo, secondo me molto triste, anche se venato di molta ironia; il secondo un classico “melodrammone” con finale tragico. Eppure, sotto diversi punti di vista, le due opere si somigliano, perché in entrambi i casi si parla di questa passione irrazionale che si impone sulla nostra vita.
Dico questo, perché sia il film di Allen come quello di Truffaut hanno rappresentato due momenti importanti nella mia vita. Nel primo caso, in contemporanea con la storia di Alvy e Annie, vivevo anch’io, con i loro stessi tempi, una storia altrettanto coinvolgente. Nel secondo caso, perché nelle mie fantasie, mi sono visto spesso nei panni di un amante che è convinto che “le storie d’amore non finiscono mai”, per citare Luca Carboni. Fermo restando, ovviamente, che si tratta di due pellicole sicuramente di valore.
Il film recente che ti è più piaciuto?
Breve premessa: faccio parte di quella specie forse in via d’estinzione che ama ancora andare in una sala cinematografica per vedere un film. Detto questo, molti fra i lungometraggi degli ultimi anni non mi hanno entusiasmato (è uno dei motivi per cui preferisco parlare di pellicole precedenti).
In qualche caso ho visto film che, a vario titolo, mi hanno intrigato. Se dovessi citarne uno, mi viene alla mente È andato tutto bene di François Ozon. Perché? Perché la storia mi interessava molto e mi è piaciuto il modo non tragico che Ozon ha scelto per raccontarla. Si parla di eutanasia. Il protagonista vuole essere portato in Svizzera per procedere con la sua scelta e deve difendersi da tutti o quasi che non condividono questa decisione. L’ho trovato un modo intelligente per affrontare un tema che nel nostro prossimo futuro sarà sempre più importante.
La recensione n. 101?
Sarà dedicata a Moloch di Aleksandr Sokurov.
A cura di Saul Stucchi