Fa una strana impressione vedere lo striscione che reclamizza la mostra Russie! Memoria Mistificazione Immaginario esposto sulla facciata di Ca’ Foscari in bella vista per tutti i turisti intruppati sui vaporetti che fanno la spola tra la stazione e San Marco.
La falce e il martello che compongono graficamente l’iniziale del titolo e lo sfondo rosso inviano un messaggio diretto, anche se non univoco (sta all’occhio di chi lo percepisce elaborarlo secondo i propri parametri “ideologici”: passione, orrore, curiosità, distacco? A ciascuno il suo…).
Tutto il XX secolo è presente in mostra, dalle avanguardie alle opere degli anni Novanta, passando per quelle realizzate nel periodo del realismo socialista e quelle ispirate alla contro-cultura underground. Ma è una sequenza di immagini real-socialiste che accoglie il visitatore, come se gli organizzatori avessero voluto proporre icone più familiari all’immaginario comune (occidentale).
Ed ecco il segretario generale Stalin rappresentato come guida, compagno, amico del popolo, mentre la capotreno donna con tanto di paletta di segnalazione in mano esemplifica alla perfezione il tema del lavoro femminile come conquista di pari opportunità. Io stesso ricordo la sorpresa che provai nel 1991 (qualche mese prima del putsch militare che avrebbe portato alla dissoluzione dell’URSS) vedendo una donna alla guida di un autobus in pieno centro a Mosca. Davanti agli occhi scorrono immagini sorprendentemente “moderne” con titoli altisonanti, come “Andiamo verso l’abbondanza”, per un manifesto del 1949 realizzato da Viktor Ivanov.

E poi ancora Stalin che regge un telegramma, poggiando la mano su una scrivania colma di corrispondenza sotto la quale occhieggia ben visibile la Pravda (In principio era il Verbo, in principio era Pravda, parola-verità, parola-verità… tornano alla mente i versi della canzone degli allora CCCP di Giovanni Lindo Ferretti, sideralmente lontano, ai tempi, da sua Santità e dintorni).
Confesso che nella prima parte del percorso espositivo l’approccio che ho avuto verso le opere è stato di attenzione “normale” verso quelle catalogabili “semplicemente” come opere d’arte, mentre verso quelle di propaganda avevo un atteggiamento di distaccata ironia, che potevo concedermi grazie alla distanza geografica e soprattutto temporale. Finché non ho letto le quattro paginette dattiloscritte con le memorie di Khara Volovic. Il suo è il racconto tragico e straziante della breve vita tra sofferenze e privazioni della figlioletta in un campo di lavoro: la lettura riporta con i piedi per terra e straccia il velo dell’ottimismo di regime, come l’opera di Katia Margolis Silenzi bianchi un’installazione interattiva con doccino che “spruzza” una luce su quadretti di plexiglass che danno vita a ombre sulla parete.
Il percorso dà spazio ai progetti di un’architettura faraonica utilizzata per dare forma a miti che prendono corpo nella coscienza collettiva, come nel caso del monumentale Palazzo del Soviet (nel progetto alto 415 metri, ma mai costruito, ed è stato un bene: il povero Lenin sarebbe rimasto sbeffeggiato per generazioni come la versione sovietica di King Kong).
Negli acquerelli della serie Metropolitana di Mosca di Nikolaj Lapšin colpiscono invece i colori caldi e i vestiti leggeri, primaverili, con le gonne delle donne che superano appena il ginocchio. Sembrano pubblicità sui rotocalchi occidentali. Eccole le due facce della stessa medaglia: superomismo all’ennesima potenza (qualcuno deve averne anche studiato le neppure troppo velate influenze sull’immaginario erotico di ambo i sessi) e “normalità borghese”, pur sempre declinata secondo le rigide normative del perfetto cittadino sovietico.
E che spazio rimaneva per la natura? “Al timor panico suscitato dalla grandiosità della natura russa nella tradizione folclorica si sostituiva l’orgasmico appagamento per il conquistato dominio sulla natura stessa”, scrive nel suo saggio il professor Gian Piero Piretto, sottolineando il senso di superiorità dell’uomo sovietico sulle forze primordiali. Dunque homo sovieticus come homo novus, cittadino modello e padrone della natura.
Ma se il rapporto tra arte e propaganda è fin troppo chiaro ed evidente, allo storico non è consentito lo stupore: davvero niente di nuovo sotto il sole. Dai rilievi assiri, ai pannelli marmorei del classicismo augusteo su su fino ai fasti napoleonici e giù giù fino alle foto in piazze meneghine riempite (male) con Photoshop.
Se appunto lo storico si può permettere una considerazione è che Stalin poteva contare su grafici migliori di quelli al servizio dei potenti di oggi.
Saul Stucchi
Russie
Memoria Mistificazione Immaginario
Fino al 25 luglio 2010
Ca’ Foscari Esposizioni
Dorsoduro 3246
Venezia
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00
Martedì chiuso
Biglietto: intero 7 €; ridotto 5 €
Informazioni:
Tel. 041.2346234
www.russie.it
Didascalie:
Viktor Ivanov
Per il comunismo (1966)
Biacca guache su carta, 71,5×103,5 cm
Nikolaj Lapshin
La fermata Paveleckaja – Kol’cevaja (1952)
Dalla serie metropolitana di Mosca
46×53 cm
Nikolaj Troshin
Colazione sull’erba (1976)
Olio su tela, 120×130 cm