“Salomon non poteva sopportare il dimenticamento, i dimenticati, le persone che sono vissute e hanno amato e sono passate senza lasciare tracce”: così dice il narratore del romanzo L’angoscia del re Salomone di Romain Gary, accreditato dalla casa editrice Giuntina – che lo tradusse per prima in Italia (come successo con Wiesel e Nemirovsky poi finiti in altre case editrici) – nonché da un generalizzato consenso che non mi sento di replicare né di smentire perché ho una conoscenza dell’autore limitata, come il miglior romanzo dell’eccentrico scrittore di origine russa e lingua francese. La citazione iniziale mi sembra un buon punto di partenza per dire la distanza che ci separa da questo libro. Non perché esso non abbia la forza letteraria per arrivare sino a noi ma perché è evidente l’eccezionalità inattuale di un personaggio con una capacità di empatia verso la sofferenza altrui da puntare lo sguardo contro il suo stesso Dio negligente. Sopperisce alle sue manchevolezze grazie a un’avventura imprenditoriale che ne ha fatto il “re” del prêt-à-porter, ramo pantaloni alla portata di tutti, e con i guadagni ha potuto dar vita all’associazione
“S.O.S. Benevoli”. Lì, chi rischia di soffocare per il male di vivere può rivolgersi e trovare aiuto.

Rispetto al presente che quanto più pretende l’immortalità per se stessi tanto più pare rassegnato a lasciarsi indietro qualsiasi altra cosa, affetto, persona, il protagonista del romanzo di Gary parrebbe di un altro mondo. Ma intanto l’angoscia del titolo è ampiamente mitigata e ribaltata in un mood umoristico, sottilmente corrosivo, in virtù del quale il romanzo partecipa a pieno titolo alla storia di certa narrativa ebraica moderna. Pubblicato originariamente con lo pseudonimo di Emile Ajar, l’altro nome con cui il suicida Romain Gary – il cui vero nome era Roman Kacew – scriveva i suoi romanzi (una vita – è il caso di dire – romanzesca, passata fra beffardi travestimenti e conclusasi con un colpo di pistola), il romanzo più che il racconto di un’anima pia è una rivolta contro un dio distratto.
Per questa via risulterebbe impossibile collegare il libro di Gary con il romanzo La porta verso l’impossibile del mai prima tradotto in Italia Oskar Baum, scrittore e musicista ceco (1883-1941) – e ahilui cieco – del cosiddetto Circolo di Praga. Uno del quale evidentemente Kafka e Max Brod dovevano avere una qualche stima, come è ricordato dalla quarta di copertina. Il libro è il primo della collana “I Narratori” dell’editore Silvy di Trento, dedicata ad autori dimenticati del Novecento di area germanica, poco o nulla tradotti da noi.
Pure la storia che racconta Baum, ebreo anche lui, segna un intervallo morale che sembra ben più ampio dei tre quarti di secolo che ci separano dalla sua stesura. Un viaggio dentro il tema qui virato in chiave biblico-apocalittica della colpa. Il funzionario Krastik reagisce al deserto etico e alla mancanza di amore che vede intorno a lui con un gesto estremo quanto singolare: accusa se stesso di aver ucciso un bambino, cosa non vera e per la quale pretende di essere recluso in prigione anche quando tutti, stampa, giudici, opinione pubblica realizzano essere falsa. Il fatto che qualcuno duemila anni prima abbia preso su di sé tutte le colpe del mondo è ai suoi occhi bastevole per replicare quel gesto. Se è vero che “ognuno sconta la colpa di tutti, come se fosse per la legge responsabile della fedeltà alla legge” il male e l’indifferenza vanno estirpati con una messa in gioco personale – la tonalità simbolico-religiosa qui è evidente. Peccato che la narrazione proceda soprattutto nella prima parte come un indistinto flusso verbale che rallenta il racconto in un insieme di ricordi, passaggi a ritroso, ragionamenti verbosi che sostituiscono troppo spesso le scene in situazione. La reiterata concettosità di sostantivi astratti in luogo dell’azione nuoce alla riuscita complessiva del romanzo. Che a ogni modo ha in comune con il libro di Gary – il cui ebraismo è tutto laico e, dunque, irriverente – una certa inattuale e perciò spiazzante visione della vita, in cui si spiega l’affermazione di un terzo scrittore, tutt’affatto diverso, secondo il quale “io” è “il più fanfaronesco tra i pronomi di persona”.
Michele Lupo
Oskar Baum
La porta verso l’impossibile
Silvy Edizioni
Traduzione di Franco Stelzer
Pagine 145
14,80 €
www.silvyedizioni.com
Romain Gary
L’angoscia di re Salomone
Giuntina
Traduzione di A. Donaudy
Pagine 302
15 €