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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Un classico del cinema d’animazione “Porco rosso” di Miyazaki

3 Novembre 2020

Un classico del cinema d’animazione “Porco rosso” di Miyazaki

Miyazaki Hayao: “Porco rosso” (1992) [in Italia: 2010].

In queste righe, non tratterò tanto del film, quanto del suo autore, degno, a mio parere, di vivere nell’Olimpo dei grandi della Settima Arte.
Mettiamola così. Avrei potuto parlare di “Ponyo sulla scogliera”, de “Il mio vicino Totoro” o di tanti altri capolavori del maestro giapponese. Ho scelto invece “Porco rosso”, per due motivi che andrò a spiegare.

Il primo è che, la serata in cui l’ho visto – era estate e la proiezione avveniva nel giardino interno del Palazzo Reale di Milano – sono rimasto letteralmente affascinato da un “altro” modo di fare cinema. Non solo perché si tratta di un film d’animazione (genere che non amo particolarmente e che non seguo più di tanto), quanto perché non era la solita animazione americana cui siamo stati abituati negli ultimi anni. È persino inutile dire che, dopo quel battesimo cinematografico, sono andato a ricercarmi gli altri titoli di Miyazaki e li ho divorati tutti.

"Porco rosso" di Miyazaki

Apro a questo punto una parentesi personale. Chi mi conosce sa che, da tempo, sono innamorato della cultura giapponese: trovo bellissimi gli Haiku, ho letto quasi tutto Kawabata, Yasushi ed altri; credo che Hokusai sia una dei più grandi artisti di ogni tempo; per non parlare del cinema, e così via. Amo persino le contraddizioni e quanto trovo incomprensibile della società passata e attuale di quel paese. E, tra parentesi, sono anni che vado ripetendo che il mio ultimo viaggio “lungo” vorrei farlo a Kyoto. Tutta questa digressione per dire che avevo un vuoto enorme nella mia conoscenza nipponica, dal momento che ignoravo Miyazaki.

E, non sono certo stato aiutato dalla distribuzione in Italia delle opere del maestro: “Porco rosso”, uno dei suoi primi lungometraggi, è del 1992; da noi è arrivato nel 2010 e solo perché nel 2001 era uscito “La città incantata” che aveva vinto l’Orso d’oro a Berlino e l’Oscar (2003) quale miglior lungometraggio di animazione.

La vita di Miyazaki

C’è poi, il secondo motivo; ma per spiegarlo, devo necessariamente raccontare della vita dell’autore nipponico.

Miyazaki Hayao nasce a Tokyo (quartiere Bunkyo) il 5 gennaio 1941 (tra pochi mesi, i primi ottant’anni). La sua famiglia appartiene alla buona borghesia, tant’è vero che riesce a trascorrere un’infanzia tranquilla, nonostante la guerra. Il padre è un ingegnere aeronautico, direttore dell’azienda di famiglia che produce componenti per aerei.

Questo è il secondo motivo per cui ho scelto “Porco rosso”: perché Miyazaki sviluppa fin da piccolo una passione per il volo ed anche – come si può notare nel film – per gli assi dell’aeronautica italiani come Baracca, Ferrarin e Visconti.

Tornando alla biografia: Miyazaki, appassionato fin dall’adolescenza dei manga e degli anime, trascura la laurea in Scienze Politiche ed Economia, per iniziare la carriera di disegnatore. Grazie al successo del suo primo lungometraggio (“Nausicaa della valle del vento”), insieme al collega Isao Takabata nel 1985 fonda lo Studio Ghibli (che, oltre ad essere il famoso vento del deserto, è anche il nome di un aereo italiano degli anni Trenta).

Dallo Studio Ghibli, escono veri e propri capolavori, come “Il mio vicino Totoro” (1988), “La città incantata” (2001) o “Il castello errante di Howl” (2004).

Miyazaki in Giappone

In patria il nome di Miyazaki è famosissimo: alcuni dei suoi film sono tra i maggiori incassi di tutti i tempi e il suo prestigio è paragonabile soltanto a quello dei grandi. Un regista straordinario come Akira Kurosawa ebbe a dire: “Talvolta lo paragonano a me. Mi dispiace per lui perché lo abbassano di livello”.

Per chiudere con la vita di Miyazaki, quando, alla 70esima edizione del Festival di Venezia, nel 2013, annuncia l’intenzione di ritirarsi dall’attività cinematografica, scende in tutti una grande tristezza. Qualche anno dopo, però ci ripensa e nel 2016 inizia “Kimi-tachi wa dō ikiru ka” (in italiano “E voi come vivete?”) tratto dal romanzo omonimo di Genzaburō Yoshino del 1937. Il lavoro avrebbe dovuto concludersi nel 2019, ma a dicembre dello scorso anno era stato completato solo il 15% delle scene.

Le tematiche che ricorrono nei film di Miyazaki sono il rispetto verso la natura e l’ambiente nel quale viviamo, il pacifismo [vedi Note], l’amore e l’amicizia.

A proposito del suo ambientalismo, posso ricordare anche che, vicino alla città di Kumejima, Miyazaki ha progettato e finanziato con 300 milioni di yen (più o meno 2 milioni di euro) un parco per bambini. Il parco si trova all’interno dell’incontaminata foresta di Zenda: c’è solo un edificio di 100 mq, ricco di cose interessanti ed educative, circondato da un’enorme zona verde e da un bosco, ove i bambini potrebbero magari incontrare (il loro vicino) Totoro.

Un’altra importante caratteristica nelle opere di Miyazaki e dello studio Ghibli in genere è data dalle scene, molto ricorrenti, in cui si ammirano solo musica e immagini, senza bisogno di dialoghi. L’autore della musica è sempre il maestro Hisaishi Joe.

Note e curiosità

Il pacifismo. Scrivevo prima che nel 2003 “La città incantata” aveva vinto l’Oscar. Miyazaki, però, non partecipò alla premiazione e dichiarò che non “voleva fare visita ad un paese che stava bombardando l’Iraq”. Alla 62esima Mostra internazionale del Cinema di Venezia gli è stato conferito il Leone d’oro alla carriera.

Miyazaki ha detto di essere stato influenzato da molti autori (non solo di fumetti), anche occidentali. Molto interessante è il rapporto con lo scrittore ed illustratore francese Jean Giraud in arte “Moebius”, a proposito del quale rimando alla recensione de “La montagna sacra” di Alejandro Jodorowsky.

Tanto il francese quanto l’autore giapponese hanno dichiarato di essersi influenzati a vicenda e, grazie alla stima che ciascuno aveva dell’altro, sono diventati amici. Come atto di estrema ammirazione, Jean Giraud ha voluto anche chiamare sua figlia Nausikaa (come l’eroina del film di Miyazaki).

Un altro francese che ha profondamente influenzato il maestro nipponico è stato Antoine de Saint-Exupéry (stavo per scrivere ovviamente), del quale Miyazaki ha illustrato le copertine giapponesi di “Volo di notte” e di “Terre des hommes”.

L S D

Porco rosso

Regia: Miyazaki Hayao
Sceneggiatura: Miyazaki Hayao
Musiche: Hisaishi Joe, Katō Tokiko

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