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Voi siete qui: Europa » Quarantena da Coronavirus, frittate e ricordi spagnoli

14 Aprile 2020

Quarantena da Coronavirus, frittate e ricordi spagnoli

Ho già menzionato in un paio di occasioni “Diario viral”, la rubrica in cui Íñigo Domínguez racconta ogni giorno su El País la sua quarantena a Madrid. Il pezzo di oggi, martedì 14 aprile, si intitola “Recuerdos con cebolla”, ovvero “Ricordi con cipolla”. Prima di approdare alla redazione del País, Domínguez è stato corrispondente dall’Italia per El Correo. Ha vissuto anni nel nostro paese, imparando l’italiano mentre lavorava qui. Ha scritto di mafia e della (mala) politica nostrana, ma anche di cultura. E il legame con il Belpaese non si è sciolto con il suo ritorno in Spagna, come dimostrano alcuni dei suoi ultimi articoli, tra cui la recensione di “Ponzio Pilato” di Aldo Schiavone (giovedì 9 aprile) e l’intervista a Paolo Flores d’Arcais (domenica 12 aprile).

Diario viral di Íñigo Domínguez

Ma torniamo alla puntata odierna del “Diario viral”. Il giornalista la apre raccontando che non sempre trova la voglia di affacciarsi alla finestra per applaudire il personale medico che sta facendo miracoli contro la pandemia del Coronavirus. Ci sono, nota Domínguez, quelli che non escono mai (come il sottoscritto, lo confesso), forse perché pensano che queste manifestazioni non servano a nulla o non stanno bene o sono impegnati in altre cose, come fare la doccia o girare la frittata (“dando la vuelta a una tortilla”).

E poi scrive: “In tempi di crisi una frittata può sempre salvarti, simbolo supremo della bontà delle cose normali. Gialla come il sole, l’aroma di patate e cipolle quando si cucina già è terapeutico, la casa torna familiare. Allo stesso modo, ti riconcilia con la vita che tutti appaiano di nuovo sul balcone, vedi che le cose sono ancora al loro posto”.

Tortilla alla brianzola

Immagino che per uno spagnolo mangiare la tortilla debba essere come per noi italiani mangiare un piatto di pasta: un’esperienza basica, talmente consueta da essere considerata parte inscindibile e imprescindibile della propria vita familiare.

Ma poi ho pensato a tutte le tortillas che ho gustato io, in Spagna e nei ristoranti spagnoli in giro per l’Europa, Italia compresa (un paio di locali milanesi saranno i primi posti dove porterò la famiglia quando sarà possibile mangiare al ristorante).

Tortilla de patatas alla brianzola

E allora ho proposto a moglie e figlio di preparare una tortilla per pranzo, come secondo dopo gli spaghetti. Alla realizzazione ha pensato il figliolo: la sua prima tortilla come cuoco. Ha usato padelle e pentole sufficienti a preparare un pranzo di Natale, ma il risultato è stato eccellente.

Non tanto per la qualità della frittata in sé, quanto per il numero e l’intensità dei ricordi che si è portata dietro: dal primo viaggio in Spagna, quando il volo Milano – Madrid con la compagnia Iberia da solo valeva la metà del budget per le vacanze estive di tre settimane in campeggio, fino al più recente soggiorno nella capitale, passando per i viaggi lungo i fiumi Tago ed Ebro e la bella settimana ad Almería dell’anno scorso, tappa dopo tappa ma soprattutto tapas dopo tapas.

E poi i siti archeologici, i musei e le mostre, gli spettacoli (come il “Giulio Cesare” diretto da Paco Azorín a Mérida e “Magnani aperta” a casa di Arantxa de Juan a Madrid) e le opere al Teatro Real (a febbraio ho ricevuto l’invito per assistere alla prima di “Achille in Sciro” di Corselli, ma il Coronavirus ha stravolto i piani di tutti, non solo i miei, e l’opera è stata cancellata). Dovunque andassi, c’erano sempre un bocadillo de jamón e una tapa de tortilla a rifocillarmi, a farmi sentire a casa senza essere a casa.

Negli anni si è fatto sempre più intenso il mio rapporto con la Spagna: con quella “piena” di Madrid e Barcellona e con quella “vuota”, magistralmente ritratta da Sergio del Molino in “La España vacía. Viaje por un país que nunca fue”, tradotto in italiano da Sellerio. Il Coronavirus può impedirmi di viaggiare, ma di certo non reciderà questo legame.

Me gusta Malasaña

Sempre sul numero odierno del País Peio H. Riaño fa una carrellata di opinioni di direttori di musei spagnoli su come immaginano il futuro. Concordano sulla certezza che il Coronavirus ha messo la parola fine alle “mostre – monstre” (se mi passate il gioco di parole), alle esposizioni kolossal organizzate per richiamare in poche settimane decine di migliaia di persone.

Siempre nos quedará Malasaña

In questo settore nulla sarà più come prima. E chissà in quanti altri. La crisi avrà pesanti ricadute in termini occupazionali ed economici. Forse, per alcuni aspetti, sarà anche un’opportunità per ricalibrare con maggior saggezza storture e sprechi accumulati nel tempo. O forse, invece, tutto tornerà come prima, dopo una parentesi – più o meno lunga – di riassestamento.

Quel che è certo è che “siempre nos quedará Malasaña”.

Saul Stucchi

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