Al Teatro Elfo Puccini di Milano è in cartellone fino a domenica 26 gennaio lo spettacolo “Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde” di Moisés Kaufman nella traduzione di Lucio De Capitani.
La regia è di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia che ne curano anche le scene e i costumi. Minimaliste le prime, ridotte a pochi elementi che richiamano gli ambienti in cui si svolgono i vari momenti della complessa trama, più ricercati i secondi e non poteva essere altrimenti. “O si è un’opera d’arte o la si indossa” è infatti uno degli aforismi più noti di Oscar Wilde.

E proprio i suoi abiti possono essere presi come spunto di riflessione. Nella prima parte della pièce, dedicata al primo dei tre processi che videro coinvolto lo scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, il completo chiaro è insieme ai capelli lunghi un segno distintivo dell’alterità del protagonista. Nella bigotta società britannica di allora Wilde sembrava un Dioniso venuto da fuori per portare il caos. Nella seconda parte i toni si fanno più cupi e l’abito di Wilde si adegua, cambiando cromia.
La verità e il bene comune
Che uno dei nuclei tematici attorno ai quali ruota lo spettacolo sia la “verità” lo svela già l’aforisma che campeggia sul fondale: “La verità è raramente pura e non è mai semplice”. Verità, parvenza, volontà di apparire… qual è il limite tra questi ambiti? Cosa è concesso a una persona?
Fin dove può spingersi nella provocazione un artista senza nuocere all’interesse del bene comune? E la naturalezza con cui gli accusatori di Wilde si riempiono la bocca con il fantomatico “interesse del bene comune” dà l’idea dell’atmosfera che si respirava nelle aule dei tribunali e nella società britannica tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Kaufman ha intessuto una trama elaborata (forse anche troppo), basandosi su una ricca messe di fonti: diari e resoconti dei protagonisti, giornali dell’epoca e naturalmente le opere dello stesso Wilde. Ha selezionato e dato forma a un materiale già “spettacolare” di suo. E, del resto, che cosa c’è di più teatrale di un tribunale?
Da accusatore ad accusato
Entrato in aula come querelante per diffamazione, l’artista sarebbe uscito dal lungo e allucinante iter giudiziario totalmente distrutto, economicamente, psicologicamente e socialmente. La sua abitazione saccheggiata e i manoscritti rubati, come gli oggetti preziosi e gli altri beni che possedeva.
Wilde e i suoi accusatori (ma anche il difensore) parlano due lingue diverse, tra loro incomprensibili. Il piano dell’arte non comunica con quello della vita. E se per lo scrittore arte e vita coincidono, per chi lo accusa e poi lo giudica la “vita” ha la precedenza assoluta sull’arte e quest’ultima ha valore soltanto se e quando è conforme al gusto “comune” (in fondo i nazisti non useranno argomenti diversi nella lotta contro l’arte “degenerata”).
Mattatore e vittima è l’Oscar Wilde interpretato da Giovanni Franzoni, a cui fa da corona un gruppo ben affiatato di attori. Ne spiccano Ciro Masella nel ruolo di John Sholto Douglas nono marchese di Queensberry, ovvero l’accusatore (a volte un po’ sopra le righe, mi è parso) e Riccardo Buffonini in quello del figlio Alfred Douglas, l’amato di Wilde. Il rapporto padre / figlio, in competizione con quello tra amante maturo e giovane amato, è un altro dei temi chiave dello spettacolo.
Incontro con Moisés Kaufman
Lo scorso 10 gennaio, prima della rappresentazione, nella stessa Sala Shakespeare del teatro si è tenuto un incontro con i registi Bruni e Frongia e Moisés Kaufman, moderato dalla giornalista di Radio Popolare Ira Rubini.

È stata una presentazione tanto piacevole quanto interessante. Kaufman ha rievocato la sua “ambigua educazione teatrale”, raccogliendo l’applauso del pubblico con l’aneddoto del racconto di lui bambino che assisteva al musical “Hair” seduto tra i genitori. Alla fine del primo atto gli attori si spogliarono, i suoi, imbarazzati, gli misero le mani sugli occhi e lui pensò che il teatro era un posto meraviglioso.
Dopo quello vide numerosi altri spettacoli e cominciò a formarsi una sua concezione del teatro e della scrittura per il teatro.
Si è poi soffermato sulla genesi del progetto su Oscar Wilde. In particolare ha parlato della serietà dell’arte, della responsabilità degli artisti e del loro ruolo nella società.
L’ultima parte dell’incontro è ruotata attorno alla barbara uccisione di Matthew Shepard a Laramie, in Wymong. Lui ne venne a conoscenza mentre era a Londra proprio con “Atti osceni” (“Gross Indecency: The Three Trials of Oscar Wilde” nell’originale).
Rimase sorpreso perché per la prima volta veniva bucata la barriera del silenzio che solitamente avvolge e soffoca i delitti contro persone omosessuali. Con la sua compagnia andò a Laramie per intervistare i cittadini. Voleva fare una radiografia della situazione per capire l’ideologia che aveva mosso i due assassini.
Fatte salve le differenze di epoca e di luogo (e di esito finale), colpiscono le affinità tra i casi di Oscar Wilde e di Matthew Shepard, in particolare sull’isolamento e sull’addossamento della colpa alla vittima.
Saul Stucchi
La prima foto è di Laila Pozzo
Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde
Informazioni sullo spettacoloDove
Teatro Elfo PucciniCorso Buenos Aires 33, Milano
Quando
Dal 9 al 26 gennaio 2020Orari e prezzi
Orari: da martedì a sabato 20.30, domenica 16.00Biglietti: intero 33 € / martedì posto unico 22 €, ridotto giovani e anziani 17,50 €