In un precedente articolo abbiamo segnalato alcuni titoli di romanzi consigliati per i regali natalizi. Per la saggistica partiamo da un libro uscito già da qualche mese e di sicuro interesse su un argomento centrale anche nei prossimi anni. Si tratta di “Ascoltare il rumore” (Edizioni Sur), del batterista nonché studioso tutt’altro che improvvisato Damon Krukowski.
Ascoltare il rumore
“Quali aspetti dell’analogico si conservano nell’era digitale”, questa è la domanda dichiarata che informa il libro. In altre parole, dentro e fuori l’esperienza musicale in sé, dunque non dal mero punto di vista tecnico ma artistico, sensoriale, immaginativo cosa significa – o comporta – il passaggio dall’analogico al digitale? Convinzione dell’autore – e per quel che conta, di chi scrive – è che il primo elemento che non dovrebbe andare perduto è il rumore.

Cosa facevano esattamente i Can, il gruppo più importante non di Germania ma della storia del rock nella sua versione più artistica, quando lasciarono gli strumenti accesi in sala per un’intera notte per farli “suonare da soli”? Sperimentavano intanto come il rumore spontaneo prodotto dalla compagine elettrica fosse parte integrante della musica stessa. In un gesto, in una sola involontaria performance ci si sottraeva ai condizionamenti imposti dall’industria discografica, a disegni mentali precostituiti, a schemi compositivi rigidi.
Se in ambito colto l’ampia tradizione del rumore in musica era spesso codificata quasi fosse uno spartito, difficile non vedere la distanza fra l’alea cageana e gli algoritmi delle piattaforme digitali di Amazon o Spotify. E se lo stesso Cage aveva già dimostrato che il silenzio fosse nozione disputabile, eliminare il rumore, lo scarto imprevisto dell’analogico, da questione musicale diventa nel discorso di Krukowski l’analogo di un certo modo di stare al mondo – lo spazio e il tempo della musica, ciò che passa oltre il mero segnale e definiamo genericamente rumore crea il tono, l’unicum del nostro presente non regolato dal GPS che ci porta dove vuole lui.
Non è forse un caso che dopo aver capito come lo studio di registrazione avesse contribuito, quasi fosse strumento musicale esso stesso, alla fabbricazione del Sgt. Pepper’s i Beatles non furono più quelli di prima nemmeno nella vita.
Cinema tedesco: i film
A chi volesse invece farsi un’idea della complessità storica del cinema tedesco, segnaliamo un volume collettaneo di Mimesis, coordinato da Leonardo Quaresima: “Cinema tedesco: i film”.

Attraverso un elenco di titoli esemplari, ecco la ricognizione di un secolo e passa di contributi all’arte cinematografica mondiale – personalissimi suggerimenti per DVD da accompagnare all’opera assieme agli altri sotto citati: “Aguirre, furore di Dio” e tutto Werner Herzog, “Veronika Voss” di Fassbinder, “Alice nelle città” di Wenders, “M – Il mostro di Düsseldorf” di Lang, “Lulu – Il vaso di Pandora” d Pabst…
Il libro, nello sviluppo cronologico che dalle diverse versioni de “Lo studente di Praga” e il cruciale tema del doppio, a “Il gabinetto del dottor Caligari”, che riesce a coniugare successo commerciale e avanguardia artistica, fino al grande cinema dei Fassbinder, dei Wenders (prima maniera, aggiungiamo noi) attraversa anche la storia sociale e ideologica di un paese dall’impronta fortemente drammatica, fin troppo ricco di tensioni e contrasti, puntualmente evocati più che registrati dalla sua migliore filmografia (dall’espressionismo di Wiene e Murnau fino a Herzog – “il regista più coraggioso e solo del nuovo cinema tedesco, che reiterò a suo modo il soggetto di Nosferatu – non è mai stato il rispecchiamento corrivamente naturalista la cifra più significativa della filmografia tedesca).
Gli apporti non necessariamente o solo stilistici alle letture risentono della diversa provenienza dei saggisti chiamati a intervenire a partire da specole di osservazione disparate. Senza però mai dimenticare il linguaggio specifico del cinema – la straordinaria “capacità di padroneggiarlo” dello stesso Murnau per esempio (Paolo Bertetto) – o l’esemplarità de “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, laddove s’incrociano propaganda – presente lo stesso occhio di Hitler – ed estetica (il saggio è di Luisella Farinotti): nuove suggestioni stilistiche cercano l’unità di primi piani, paesaggi e musiche come se un Wagner redivivo uscito dalle tenebre potesse finalmente gloriarsi della propria volontà di potenza in un’espressività totalizzante.
All’opposto, la logica del frammento nel cinema di Kluge, o l’esistenzialismo pensoso e cinéphile del capolavoro del Wenders d’antan “Nel corso del tempo” segnano altre pagine di una storia che annovera ancora i nomi di Pabst, Lang o l’Edgar Reitz che della nazione tedesca scrive la storia di un secolo nel suo “Heimat”, film-serie imperdibile.
Anestesia di solitudini
E che il catalogo delle edizioni Mimesis sull’arte cinematografica cominci a essere sostanzioso, lo ribadisce anche il piccolo libro su Yorgos Lanthimos (“Anestesia di solitudini”) a cura di Roberto Lasagna e Benedetta Pallavidino.
Anche questo libro procede per singoli capitoli segnati dai titoli (non moltissimi per ora) del regista greco, dall’estetica scabra e rumoristica di “Kinetta” al sontuoso – ma non privo di grottesco – “La favorita”, questo cinema è di sicuro fra i più interessanti degli ultimi anni.
Il passaggio stilistico e formale dal primo titolo all’ultimo è stato peraltro assai robusto – diciamolo subito: “Kinetta” lo consigliamo solo a curiosi incalliti, meglio provare con “The Lobster”, o con “Il sacrificio del cervo sacro” -, ma i due autori rintracciano nella precaria disposizione delle relazioni umane una sigla definitiva di Lanthimos: un’anestesia generale, una “paralisi emotiva” caratterizzano i suoi personaggi, abbandonati a una solitudine immedicabile, mascherata da affettazione e ostentazione d’altro, oppure esibita nella sua crudezza senza speranze al punto da riconoscere solo alla violenza un brandello di verità.
Un cinema disturbante che col tempo si è reso godibile anche per un pubblico mainstream.
Michele Lupo
- Damon Krukowski
Ascoltare il rumore
La riscoperta dell’analogico nell’era della musica digitale
Traduzione di Chiara Veltri
Edizioni Sur
2019, 192 pagine
18 € - Cinema tedesco: i film
a cura di Leonardo Quaresima
Mimesis
2019, 496 pagine
34 € - Roberto Lasagna e Benedetta Pallavidino
Anestesia di solitudini
Il cinema di Yorgos Lanthimos
Mimesis
2019, 126 pagine
12 €