Quattro date per l’“Orestea” di Anagoor al Piccolo Teatro Strehler di Milano: dal 13 al 16 novembre. Uno spettacolo complesso (e dunque ambizioso) sotto molti punti di vista.
Tanto per cominciare perché affronta – rileggendo e rielaborando – una delle saghe più celebri della tradizione teatrale classica. Del canone. Appunto l’Orestea di Eschilo. Poi perché spinge questa rielaborazione, almeno nell’interpretazione che ne può dare chi scrive queste righe, fino a quasi obliare la struttura e il testo di partenza. Il risultato è più dell’Orestea. Più di un’Orestea. Tanta roba, letteralmente, per circa 3 ore e mezza di rappresentazione.

“Spettacolo teatrale” e/o performance che mescola danza e video, cori e canti, monologhi e lunghe tirate del corifeo. Marco Menegoni, in camicia e cravatta, tiene le fila dell’elaborata pièce. In poltrona, intanto, lo spettatore è provocato con suoni martellanti, lampi di flash, movimenti coreografici. Non deve sentirsi a suo agio. Non deve convincersi di aver di fronte la “solita” rappresentazione dell’Orestea. E infatti a sipario aperto e luci accese parte il richiamo alla preghiera di un muezzin: “Allahu Akbar”. E poi si srotola un lungo monologo sulla morte.
Nella struttura classica della tragedia greca la compagnia innesta brani tratti da autori moderni e addirittura contemporanei, da Leopardi a Sergio Quinzio e Hannah Arendt. Senza tralasciare il Virgilio tanto caro ad Anagoor. Ecco. Mi veniva in mente il termine “rapsodia”, ovvero quel “cucire” canti che ha fondato la tradizione epica.

Il problema è che lo spettatore, se non ha una cultura enciclopedica encomiabile (e invidiabile), non è in grado di riconoscere la provenienza dei singoli apporti. In sé non è un ostacolo assoluto: conoscendo per sommi capi la storia della tragica vicenda degli Atridi si segue senza troppa fatica.
Eppure… Eppure un libretto di sala con indicazioni e riferimenti gioverebbe molto. Anche solo per la riflessione post – spettacolo e per gli eventuali approfondimenti degli spettatori curiosi (e se non sono curiosi, questi spettatori cosa vanno a fare a teatro?!). Altrimenti chi arriva alle pagine di W. G. Sebald sui cimiteri della Corsica pubblicate in “Le Alpi nel mare”? O ai Kindertotenlieder (Canti per i bambini morti) di Mahler?
“Questa casa ha un coro che non cessa mai di cantare”, dice a un certo punto Cassandra. E sono canti di lacrime e sangue, di delitti che chiamano delitti. Ma non li giustificano. Non più, almeno. Ci sono nell’Orestea eschilea i segni del passaggio dalla vendetta del clan al riconoscimento del ruolo della comunità (che poi sarà la polis classica) e dei suoi istituti nel giudicare e condannare.
Le scene “cucite” da Anagoor imprimono allo spettacolo una struttura altalenante. A momenti di cupo parossismo, seguono più pacate, ma comunque intense, parti monologiche o dialogiche (anche in video). Strida di gabbiani. Musica. Proclami radio con tanto di fuori onda. Palpitazioni del cuore esasperate a evocare il senso di terrore per la strage imminente.
Sembrano quadri giustapposti, “tableaux vivants”… Per altro di sicuro impatto e scenograficamente perfetti. La vestizione di Clitemnestra su tutti. La drammaturgia e la traduzione dal greco sono a cura di Simone Derai (autore anche dei costumi, molto belli, dai toni pastello e delle scene) e di Patrizia Vercesi.

Il gruppo di attori reagisce bene ai continui cambi di velocità. Ma le parti corali più riuscite mi paiono essere quelle assai movimentate delle danze vorticose, mentre i momenti drammaticamente più intensi sono i canti.
L’Orestea di Anagoor dà molti spunti su cui riflettere. Dalla conversione dell’oro in cenere (la guerra è un Moloch sanguinario che reclama molte vittime), al sacrificio cruento (alcune scene del video ricordano fanno pensare a “Meat is murder” degli Smiths), fino al ruolo di Apollo nella vicenda di Troia, ma anche nell’ambito teatrale, casa del “rivale” Dioniso (qui dovremmo lasciare la parola a Nietzsche e a Giorgio Colli, per fare solo due nomi).
L’insistenza con cui nel video finale la camera si sofferma sull’iconica posizione di Apollo nel frontone del tempio di Zeus a Olimpia (ora al Museo Archeologico) vorrà pur suggerire qualcosa… La sua posa plastica offre una solida barriera contro cui s’infrange l’onda selvaggia che perturba l’ordine civile. Ma Apollo è il dio che cura e il dio che uccide da lontano…
Saul Stucchi
Foto di Giulio Favotto
Dal 13 al 16 novembre 2019
Orestea
Agamennone, Schiavi, Conversio
Sull’Orestea di Eschilo
Drammaturgia e traduzione dal greco Simone Derai, Patrizia Vercesi
Orizzonte di pensiero e parola S. Quinzio, E. Severino, S. Givone, W.G. Sebald, G. Leopardi, A. Ernaux, H. Broch, P. Virgilio Marone, H. Arendt, G. Mazzoni
Con Marco Ciccullo, Sebastiano Filocamo, Leda Kreider, Marco Menegoni, Gayané Movsisyan, Giorgia Ohanesian Nardin, Eliza G. Oanca, Benedetto Patruno, Piero Ramella, Massimo Simonetto, Valerio Sirnå, Monica Tonietto, Annapaola Trevenzuoli
Danza Giorgia Ohanesian Nardin
Musica e sound design Mauro Martinuz
Scene e costumi Simone Derai
Video Simone Derai, Giulio Favotto
Light design Fabio Sajiz
Regia Simone Derai
Orari: mercoledì, giovedì, venerdì, sabato ore 19.30
Durata: 4 ore incluso un intervallo
Biglietti: platea 33 €, balconata 26 €
Piccolo Teatro Strehler
Largo Greppi 1
Milano
Informazioni: