Il film “Van Gogh e il Giappone”, diretto da David Bickerstaff, sarà proiettato nelle sale italiane nelle date del 16, 17 e 18 settembre 2019 (come sempre, l’elenco è consultabile sul sito di Nexo Digital www.nexodigital.it).
Il film documentario si apre con una citazione da una lettera di Vincent al fratello: “Caro Theo, invidio i Giapponesi. […] Il loro lavoro è semplice come il respiro”. Già queste parole rivelano molto della passione del pittore per l’arte giapponese, ma anche la sua personale interpretazione di una cultura figurativa amata ma conosciuta soltanto in maniera indiretta.

Ricco di suggestioni
Il lungometraggio è stato realizzato in occasione dell’omonima mostra al Museo Van Gogh di Amsterdam. Oltre ad immagini bellissime dei capolavori dell’artista olandese, ispira allo spettatore un ricco ventaglio di suggestioni. A me, per esempio, ha richiamato alla mente la mostra al Palazzo Reale di Milano “Hokusai Hiroshige Utamaro” (2016), ma anche il fumetto “I guardiani del Louvre” di Jiro Taniguchi, in cui alcune tavole sono dedicate all’incontro del protagonista con Van Gogh, e gli incantevoli acquerelli di Stefano Faravelli: “Giappone. Taccuini dal mondo fluttuante”.
Tutto il film è punteggiato da brani tratti dalle “Lettere” e dagli “Autoritratti”, uno più intenso dell’altro, come l’Autoritratto con l’orecchio bendato o quello dedicato a Paul Gauguin, in posa da bonzo. Van Gogh fu influenzato dai libri di Pierre Loti e rimase contagiato dalla passione per il Giappone che si andava diffondendo in Europa. Importante fu il ruolo dei fratelli de Goncourt e di altri estimatori dell’arte giapponese, come il mercante d’arte Siegfried “Samuel” Bing.
Dall’arte nipponica Van Gogh riprese la prospettiva a volo d’uccello e i colori piatti (che poi andò arricchendo). Si sa che comprò oltre seicento stampe giapponesi, senza dubbio perché gli piacevano, ma anche perché aveva in mente di rivenderle, anche se questa attività commerciale non ebbe successo.
Mitizzazione reciproca
Il rapporto tra Van Gogh e il Giappone è la storia di una mitizzazione reciproca. Fu attraverso “lenti giapponesi” che Vincent rappresentò la Provenza. “Qui sono in Giappone” scrisse alla sorella Willemien da Arles nel settembre del 1888. Ed è un piacere rivedere il celeberrimo paesaggio provenzale, gli Alyscamps con i sarcofagi di pietra citati da Dante nel nono canto dell’Inferno (Sì come ad Arli, ove Rodano stagna), i campi in fiore… Ma la convivenza con Gauguin, tanto vagheggiata, quando poté concretizzarsi finì molto male.

Una curiosa coincidenza: il 1853 fu l’anno di nascita di Van Gogh, ma anche l’anno in cui l’ammiraglio statunitense Matthew Perry (ovviamente soltanto omonimo del Chandler della serie TV Friends…) costrinse il Paese del Sol Levante ad aprire i suoi porti. Poco più di dieci anni dopo il Giapponese si presentava al mondo all’Esposizione Universale di Parigi (1867).
Giapponismo e Art Nouveau, pregiudizi positivi che creavano una visione alterata del Giappone, a cui si riconosceva un primitivismo culturale che garantiva alla sua società un livello di ordine e felicità superiore a quello europeo. E il “Ritratto di Pére Tanguy” in posa da Buddha e “La mousmé seduta” in poltrona si alternano alle xilografie come la “Grande Onda” di Hokusai. Immagini sublimi da un due mondi entrambi fluttuanti.
Saul Stucchi
Didascalie:
Filming ‘L’Arlésienne’
EOS Van Gogh & Japan
© EXHIBITION ON SCREEN (David Bickerstaff)
Filming ‘Courtesan (after Eisen) 1887’
Van Gogh & Japan
© EXHIBITION ON SCREEN (David Bickerstaff)