La memoria custodisce, cristallizzati nelle sue cellette, i ricordi di una vita. Alcuni in superficie, altri più in profondità: confinati laggiù dal flusso interminato degli avvenimenti quotidiani, o dal sopravvenire di circostanze completamente diverse. Succede però di imbattersi in qualcosa che faccia riemergere il vissuto sommerso: una sensazione casuale che inneschi cortocircuiti emotivi (la madeleine e il lastricato sconnesso di Marcel Proust…), o, con più efficacia, la gradita lettura di qualche pagina dove si ripropongono episodi analoghi ai nostri.

A me è accaduto percorrendo il bel libro di Alessandro Maria Mai Trote a révu – di acque, di pesci, di pescatori, appena uscito presso Il Piviere. Non ho l’hobby della pesca, ma lo avevano i miei zii paterni (assieme ai quali all’epoca – fine anni Sessanta – vivevo), e lo praticavano, unitamente alla caccia, con assidua passione. Tanti particolari mi sono tornati di colpo: la baracca grigia, su ruote, che avevano lungo il Po, a Mezzana Bigli, e che una volta venne sommersa dalla piena (ricordo, dopo il deflusso, le coltri della brandina intrise di acqua limacciosa); la barca, pure grigia, con la prua coperta di lamiera a costituire un riparo per le attrezzature; i lunghi denti aguzzi e ricurvi di un luccio pescato (la specie era ancora ben presente nei nostri fiumi); il colore pallido dei gamberi fluviali (anni dopo, in Francia, un’anziana immigrata mantovana mi raccontò con nostalgia di quando, bambina, andava a catturare, nel Mincio di Virgilio, i “saltarelli” – così li chiamava – per accompagnare la polenta).
Alessandro è anch’egli, come allora i miei zii, un pescatore appassionato, ma con due caratteristiche preziose: pratica la pesca a mosca (la tecnica più difficile, perché implica un’abilità estrema e lo sviluppo di tecniche raffinatissime nell’ingannare, adescare, ed estrarre dall’acqua incolumi le prede) e si attiene al cattura e rilascia, ossia libera sistematicamente i pesci pescati senza arrecare loro danno (per le prede più belle, come dimensioni e colori, è sufficiente una fotografia ricordo). Per lui, infatti, “il catch and release e la mosca sono il modo migliore per praticare la pesca sportiva”. Una parte notevole del piacere della pesca, a mio avviso, ma anche secondo l’autore, consiste poi nella fruizione dei luoghi ove la si pratica: angoli di natura, di silenzio, di riflessione da contrapporre al rapido caos dell’esistenza quotidiana. Scenari così nel libro ne troviamo tanti: lungo i torrenti del nostro Appennino, ombreggiati di castagni e ricchi di sorprese (“Nel cuneo tra due torrenti è nato un paesino appeso per magia alla montagna, con le case di pietra, i carruggi di Liguria, una chiesa e l’unica strada che termina contro il suo portone”), o sotto lo smorto fogliame dei salici bianchi che orlano le sponde del Tanaro.
Il volume si apre con l’immagine invernale – quasi oraziana: Vides ut alta stet nive candidum / Soracte… – del monte Tobbio coperto di neve, osservata dalla serena e tiepida quiete della propria casa, in attesa che i figli tornino da scuola. L’autore vorrebbe trasmettere loro qualcosa della sua passione:
Ogni tanto racconto ai miei bambini le avventure di gioventù e quasi tutte parlano di acqua, di pesci e di pescatori. Spero che un giorno possano riuscire a ricordarle con tenerezza, è bello potersi abbandonare ai ricordi con animo leggero.
Attende la primavera e la vita che riprende anche nei corsi d’acqua per tornare, canna alla mano, lungo le loro rive: “L’acqua mi ha sempre dato pace e serenità; è difficile spiegare cosa mi affascini, ma è evidente che andando a pesca io raggiunga uno stato di grazia”. E sono queste sensazioni positive ad averlo indotto a raccontare, per condividerle, le esperienze vissute:
Ai miei cari, ai miei amici auguro di essere al mio fianco in riva all’acqua per ascoltare il suono del torrente e il racconto di qualche vecchia storia. Basterà un sorriso a rendermi felice.
Le “vecchie storie” del narratore hanno spesso una vena umoristica, il più delle volte connessa all’uso del dialetto (o piuttosto dei vari dialetti): anche l’espressione del titolo è presa dalla parlata di Serravalle Scrivia, ed equivale al toscano-manzoniano “a bizzeffe”. Ma le pagine sanno far vibrare le corde della malinconia (nel ricordare gli amici che non ci sono più) o della commozione (l’episodio, raccontato con grande delicatezza e sobrietà, delle due bambine scomparse in Tanaro, delle quali rimane solo il toccante dettaglio di “due paia di ciabattine, sistemate con cura, una di fianco all’altra, ad un passo dall’acqua grigia della piena in fase calante”… Anch’io – si parla dell’ormai lontano 1986 – mi ero trovato nel punto in cui era da poco capitata un’analoga disgrazia a due ragazzini, sullo stesso fiume, e avevo visto con un nodo alla gola il disordine dolorosamente irrevocabile degli asciugamani gualciti, di un paio di espedrilles rosse, di una moneta da cinquecento lire gettata lì…).
Ritrovo, qua e là, vocaboli della mia infanzia, che da allora non avevo più riudito, come quaiaster, che era il cavedano ma anche, diciamo, una persona poco astuta, o bilancia: “termine italiano ad indicare il grisou”, annota l’autore. Alcune osservazioni sembrano dare manforte alle invettive di Paolo Rumiz – nel volume Morimondo, che pure mi accompagna in questi giorni – contro chi ha saccheggiato il Po: “Resta il fatto che il Po, a monte di Torino, è un fiume non gestito con oculatezza e con molti, troppi pesci in meno rispetto al suo potenziale. L’illusione dell’onnipotenza è figlia della miopia e attesta l’incommensurabile stupidità dell’uomo”.
Altrove vi sono riflessioni esistenziali totalmente condivisibili, almeno dal mio punto di vista: “Avere degli amici è una cosa splendida e penso sia corretto dire che la qualità della vita si valuti in base alla qualità delle persone che hanno incrociato il nostro cammino”; “Qualcuno è già andato avanti, ma non provo sgomento. Ne ho pianto, certo, e ho provato dolore, ma se sento ancora le loro parole ciò significa che niente è perduto. Mi ricordano come nulla sia vano in vita e che, se tutto ha un senso, la morte stessa deve averne”; “Sappiamo che, senza memoria, è impossibile trovare il cammino che ci riporti a casa”.
Molte delle efficaci descrizioni o delle sensazioni evocate richiamano, in qualche modo, le grandi pagine di Hemingway proprio sulla pesca alla trota, in uno dei suoi racconti più belli, Grande fiume dai due cuori. Ma in fondo credo di poter dire che la cifra stilistica di Trote a révu sia la stessa del modo di pescare del suo autore: “Soprattutto mi fece piacere quando, a proposito del mio stile di pesca, accennò alla grazia e alla leggerezza”, riferisce parlando di un amico. Caratteristiche che paiono desunte dalle Lezioni americane di Calvino, e che rendono assai piacevole, e raccomandabile, la lettura di questo libro. Anche ai non pescatori.
Marco Grassano
- Alessandro Maria Mai – TROTE A RÉVU
- Di acque, di pesci, di pescatori
- Il Piviere
- 2013, 144 pagine
- 14 €