Lo scorso 11 luglio è stato presentato nella Sala della Passione della Pinacoteca di Brera il libro “Sono Fernanda Wittgens”. Una vita per Brera di Giovanna Ginex, edito da Skira nella collana Biblioteca d’Arte Skira (il volume è dedicato Mariuccia Wittgens, sorella di Fernanda).
Per primo ha preso la parola James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera e Biblioteca Nazionale Braidense, che ha riconosciuto il proprio debito verso Fernanda Wittgens: lui non ha inventato nulla nell’organizzazione delle iniziative messe in campo con lo scopo di rimettere Brera al centro di Milano (che era lo stesso obiettivo perseguito dalla sua illustre predecessora).
E pare che non siano cambiati troppo nemmeno i visitatori (a parte i vestiti, naturalmente!), a giudicare dalle fotografie che mostrano spettatori di oggi impegnati in alcune delle attività culturali pensate per la promozione della Pinacoteca abbinate a immagini di visitatori di sessant’anni fa, colti negli stessi atteggiamenti.
Il “museo vivente” che aveva in mente la Wittgens è l’ispirazione che muove l’azione di Bradburne che si considera allievo anche di Ettore Modigliani e Franco Russoli, i tre grandi direttori di Brera.
Il prossimo primo ottobre aprirà i battenti il “Caffè Fernanda”. Finalmente. Perché i servizi “aggiuntivi” sono in realtà – per il direttore, ma non soltanto per lui – fondamentali per la fruizione di un museo.
Aldo Bassetti ha invece ricordato il momento più drammatico della storia degli Amici di Brera, quando l’Associazione venne messa al bando per filosemitismo. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali Modigliani venne cacciato in quanto ebreo e gli subentrò la Wittgens, il cui impegno fu fondamentale per la ricostruzione di Brera (“eroe civile”, l’ha giustamente definita Bassetti).
Matteo Ceriana del Museo Nazionale del Bargello di Firenze si è soffermato sulla “comunità sororale”, ovvero sul coinvolgimento delle tre autrici del libro. Insieme a Giovanna Ginex, autrice del saggio più corposo, intitolato semplicemente “Fernanda Wittgens”, hanno infatti lavorato Erica Bernardi (“Con D’Ancona, Modigliani e Longhi”) ed Emanuela Daffra (“Per Brera, 1947-1957”).
Ceriana ha lodato il lavoro delle autrici per questo racconto che rievoca la Milano dell’inizio e della prima metà del Novecento, ricco di note minuziose. “È una vera biografia” perché – a suo dire – coinvolge chi la scrive nella conoscenza e nell’affetto verso il personaggio a cui è dedicata.
Quella della Wittgens fu una formazione tutta ottocentesca, risorgimentale, nel senso positivo dei termini, caratterizzata da un impegno politico molto forte, una religiosità intensa, “manzoniana”, con un forte substrato laico che le consentiva di non confondere mai quanto fosse pertinenza di Dio e quanto invece di Cesare. Anche la sua produzione letteraria ha qualcosa di ottocentesco.
Giovanna Ginex ha definito “estremamente intrigante” la figura della Wittgens e ha sottolineato il carattere di sfida che ha rappresentato la stesura della sua biografia, per la quale ha condotto intense ricerche anche in archivi che in precedenza non erano stati visionati per lavori su Fernanda.
Laura Mattioli ha infine ricordato i rapporti tra suo padre Gianni Mattioli e Fernanda Wittgens, di cui lei conserva un ricordo quasi ironico, quello di un donnone incombente che non taceva mai. La sua era una presenza forte e condizionante, soprattutto nell’ambiente artistico di Milano che prima della seconda guerra mondiale non era poi molto ampio.
La Mattioli ha rievocato le tragiche vicende della fase più drammatica della guerra, quando nazisti e fascisti erano impegnati nel rastrellamento degli ebrei. In particolare si è soffermata sui fatti accaduti nella zona del Lago Maggiore, raccontati recentemente nel film “Hotel Meina”, tratto dal saggio omonimo di Marco Nozza.
Mattioli e la Wittgens condividevano la stessa idea di socialità dell’arte, intesa come mezzo per promuovere una maggiore coscienza della propria umanità. Con quello spirito Mattioli diede vita alla propria collezione e s’impegnò nel sostegno alla cultura e agli artisti, tra i quali – ha ricordato Laura – Sironi, caduto in disgrazia dopo la fine del Fascismo.
Sull’arte moderna, invece, Mattioli e la Wittgens avevano idee diverse. Ma queste divergenze non furono mai un ostacolo nel loro rapporto, tanto che Mattioli – informato della prematura morte dell’amica, avvenuta l’11 luglio 1957 – lasciò da parte gli affari che l’avevano condotto negli Stati Uniti per tornare a Milano in tempo per partecipare alle esequie.
Saul Stucchi
Didascalie:
- Fernanda Wittgens nel suo ufficio a Brera (1955 circa)
- Inaugurazione della Pinacoteca di Brera (1950): Fernanda Wittgens con il ministro Guido Gonella
Giovanna Ginex
“Sono Fernanda Wittgens” – Una vita per Brera
Skira
Collana Biblioteca d’Arte Skira
2018, 160 pagine, 19 €