“È la giornata giusta per parlare di Artico…”. Ha esordito con queste parole, lo scorso sabato 3 marzo alla Triennale di Milano, il giornalista Francesco Battistini alla presentazione del libro “Artico. La battaglia per il Grande Nord” edito da Neri Pozza nella collana Piccola Biblioteca. Sedeva tra l’autore, Marzio G. Mian, e Sergio Romano, diplomatico, storico e giornalista. Dalle vetrate della sala si potevano vedere le teste delle statue dei Bagni Misteriosi di De Chirico ricoperte da un morbido cappello di neve…
Il libro, ha detto Battistini rigirandoselo tra le mani, è il frutto di 10 anni di viaggi al polo compiuti da Mian; è una sorta di lungo diario di viaggio. Leggendolo si scopre un mondo a noi completamente ignoto, ricco di storie meravigliose, di personaggi inaspettati e di curiosità: sapevate, per esempio, che la caccia a Saddam Hussein in Iraq è stata diretta da una base nel Grande Nord?
La passione per il Grande Nord
[codice-adsense-float]”Perché questa passione per il polo e perché la disattenzione dei media?” ha chiesto Battistini al collega Mian, giornalista che collabora con la RAI, Il Giornale e altre testate. Mian ha risposto confessando la propria attrazione per il mondo scandinavo e per la Norvegia in particolare, di cui ama la letteratura e il modo di vivere, soprattutto il rapporto dei Norvegesi con la natura. La lunga esperienza maturata in tutti questi anni gli ha fatto comprendere quanto stia mutando il Grande Nord. Il cambiamento climatico è la prima causa di questa trasformazione.
Nei peraltro scarsi reportage sull’Artico manca secondo lui l’elemento umano. Raccontare la trasformazione che sta vivendo la regione attraverso la storia degli uomini (i suoi 4 milioni di abitanti) è lo scopo del suo libro.
Risorse e appetiti
“Ma di chi è il polo e chi se lo sta contendendo?” ha chiesto Battistini a Sergio Romano. L’ex ambasciatore a Mosca ha risposto: non è di nessuno per il semplice motivo che le tre superpotenze USA, Russia e Cina si affacciano su quest’area.
I cambiamenti climatici hanno mutato l’aspetto della regione che non è più quella di una volta e ora gli abitanti si trovano di fronte al dilemma: portare avanti la battaglia per il clima o quella per lo sfruttamento delle risorse? Queste popolazioni, infatti, siedono su un’immensa cassaforte che tra le sue ricchezze annovera petrolio e uranio. I giacimenti organici fanno gola a tutti, compresi gli archeologi che vi possono “leggere” le varie fasi del mondo. Uno tsunami di ossido di carbonio si abbatterà sul mondo quando si scioglieranno i ghiacci. Nel frattempo assisteremo alla militarizzazione dell’area.
Russia e Cina, ha proseguito Romano, hanno una stretta collaborazione sull’Artico, ma le sanzioni indeboliscono i progetti russi perché le società estere non si fidano a investire, considerato il rischio di finire sotto processo negli Stati Uniti. “Che cosa accadrà, allora?” è la domanda che lo stesso Romano ha rivolto a Mian.
Stalin, Putin e i Cinesi
La Russia è una nazione a trazione artica da sempre, ha ricordato Mian. Stalin ne aveva compreso l’importanza prima degli altri. Lo sfruttamento della regione è avvenuto anche con il lavoro forzato dei prigionieri dei gulag. Putin deve molto a Stalin per la sua visione geostrategica dell’Artico (e non solo, verrebbe da aggiungere…).
La Russia ha costruito dodici porti negli ultimi anni e le sanzioni, secondo Mian, in realtà non hanno danneggiato più di tanto il paese, anzi, paradossalmente hanno favorito, imponendo l’autarchia, il progresso tecnologico russo. Va anche detto che i Cinesi, grandi acquirenti del gas liquido, hanno molto aiutato i Russi.
Negli ultimi anni stanno accadendo molte cose che contribuiranno a dare un nuovo volto all’Artico, questo “Congo” del Duemila nei confronti del quale è già partita una nuova colonizzazione. Mian ha accennato alla debolezza del governo groenlandese e alle responsabilità storiche della corona danese che ha goduto di buona stampa, pur avendo commesso gravi misfatti contro la popolazione inuit.
La parola è poi tornata a Romano: la Russia nell’Artico si sente a casa propria. Gli USA hanno soltanto 3 rompighiaccio, mentre la Russia ne ha ben 40. Eppure il paese non ha i capitali sufficienti per investire nella regione. È ancora sotto lo shock degli oligarchi che si sono spartiti le sue risorse dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Il sistema russo è terrorizzato da una prospettiva di cambiamento che nessuno sa dove condurrebbe, ha detto Romano, ricordando che il centralismo è la tradizionale ricetta per garantire il controllo dell’immenso spazio russo. Come ha detto un filosofo russo: “il nostro problema è la geografia, non la politica”. Non si possono applicare alla Russia i nostri criteri, ha rimarcato Romano.
Il ruolo dell’Italia
“E noi?”, ha chiesto Battistini. Mian ha risposto che l’Italia ha una grande tradizione polare e oggi ha importanti investimenti nella regione. Durante la seconda spedizione Nobile, nel 1928, insieme alla bandiera italiana e a una croce donata dal papa venne piantato il gonfalone di Milano che può essere quindi considerata la prima città a conquistare il polo.
Il nostro paese è ancora presente nell’Artico. Fa parte del Consiglio Artico, un organismo senza potere d’intervento militare ma oggi frequentato dai ministri degli esteri, mentre un tempo veniva snobbato. L’Italia è un paese membro osservatore permanente dal 2013, mentre non lo è l’Unione Europea che ne è solo paese osservatore. Abbiamo voce in capitolo, senza poi trascurare il ruolo dell’ENI e del CNR.
Romano ha spiegato che non c’è un trattato internazionale sull’Artico, mentre ce n’è uno sull’Antartico. La guerra sarebbe comunque scongiurata, secondo l’ambasciatore, perché quelle del Grande Nord sono risorse che finiranno sul mercato e chi vorrà prendersele non dovrà fare altro che rivolgersi al mercato.
Le parole conclusive sono state dedicate ancora al tema del cambiamento climatico. “È arrivata la zanzara!” strillano in prima pagina i giornali groenlandesi. Rapidamente si sta diffondendo l’agricoltura e ricrescono gli alberi. Già esiste il problema dei profughi climatici…
Dall’altra parte per la Cina l’Artico è un frigorifero, la riserva di proteine garantite dal pesce. Così già si parla della guerra dello sgombro: la ricchezza si sposta seguendo il pesce nelle sue nuove rotte. E chi può bloccare le navi coreane e cinesi? Metà del pesce mangiato dagli Americani e il 60% di quello che finisce sulle tavole degli Europei viene dal Mare del Nord…
Nei prossimi anni assisteremo a un vero e proprio “scramble for Arctic” come quello che ebbe per oggetto l’Africa sul finire dell’Ottocento.
Saul Stucchi
- Marzio G. Mian
Artico. La battaglia per il Grande Nord
Neri Pozza
collana Piccola Biblioteca
224 pagine, 13,50 €