C’era la fila fuori, letteralmente. Il Teatro Dal Verme di Milano era gremito ieri sera, venerdì 17 novembre, per l’incontro con Marc Augé. Dentro, la tromba del maestro Mario Mariotti ha richiamato all’ordine, decostruendo la marcia trionfale dell’Aida.
Il presidente del Comitato d’Indirizzo di BookCity, Piergaetano Marchetti, ha sciorinato un po’ di cifre che parlano da sole, a cominciare dai 1574 eventi del programma. In 6 anni BookCity ne ha fatta di strada: manifestazione nata dal basso e non invenzione dei soliti salotti letterari, va dai lettori; unisce e non divide; è una virtuosa collaborazione tra pubblico e privato e apre le porte della città. Niente di meno.
Elogi del caso anche da parte dell’assessore alla cultura Filippo Del Corno, del ministro della cultura Dario Franceschini e del sindaco Giuseppe Sala che ha conferito il Sigillo della città all’ospite francese, ricordandone il forte legame con l’Italia e con Milano. Sala si è detto d’accordo con Augé: questo sarà il secolo delle grandi città che dovranno essere metropoli inclusive e non esclusive, se vorranno vincere la sfida.
E poi è iniziata l’intervista di Daria Bignardi a Marc Augé. Diciamolo subito: sono state domande un po’ troppo lunghe per risposte un po’ troppo brevi. La chiacchierata ha preso avvio dal titolo dell’ultimo libro dell’antropologo e sociologo, ovvero “Momenti di felicità”, edito in Italia da Raffaello Cortina. Nel titolo originale “felicità” è declinato al plurale, più modesto dell’impegnativo singolare. La felicità, per Augé, è fatta di piccole cose, come bere un caffè al bar.
L’intervistatrice è partita dalla fine, ovvero dall’ultimo capitolo, dedicato alla felicità di scrivere. La Bignardi ne ha letto un brano, prima di chiedere all’autore se anche lui, come Rousseau e Proust, senta il bisogno di scrivere per vivere. La scrittura unisce lettore e autore nel tentativo di superare la solitudine, ha detto Augé che poi ha risposto a una domanda sulla felicità della pensione (un tipo di felicità che le generazioni più giovani conosceranno solo per via indiretta, temiamo), tra rinuncia e liberazione. Si è meno ansiosi invecchiando, ha confessato il professore.
E se c’è una felicità data dalla stupidità, quella che viene dalla consapevolezza è sicuramente più solida. La felicità, comunque, è alla portata di tutti e non bisogna vergognarsene. Lui, per esempio, durante uno dei numerosi soggiorni in Italia, ha apprezzato il cantante che ha cantato “O sole mio” in piazza Carlo Alberto a Torino.
C’è la nostalgia della prima volta, dell’inizio di una nuova esperienza, ma anche la felicità di ritrovarsi con i parenti a un funerale: Augé ricorda con piacere un periodo degli anni Settanta quando un’intera generazione di suoi parenti è passata a miglior vita e lui aveva occasione di ritrovare zii e cugini.
Numerose e varie sono le piccole felicità da ricercare e apprezzare nella quotidianità. Una sarebbe non dover aspettare 11 minuti il treno della metropolitana milanese. Forse l’indagine dell’ONU che ha messo l’Italia al 48 posto nella classifica dei paesi più felici del mondo non è poi così campata per aria. Tanto per dire: la Francia è al 31 posto.
Saul Stucchi
BookCity Milano 2017
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