È celeberrima la massima che apre il romanzo “Anna Karenina” di Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. Beh, i due film che ho visto ieri al primo Festival del Cine Español di Milano (in corso al Teatro Franco Parenti fino a domenica 25 giugno) sembrano fatti per contraddirla, o almeno metterla in dubbio.
Diversissimi tra loro per tematica e stile, “La próxima piel” di Isa Campo e Isaki Lacuesta e “La mano invisible” di David Macián sono accomunati dall’atmosfera cupa e dal senso di profonda angoscia in cui calano lo spettatore, lentamente ma inesorabilmente, negandogli la luce del sole e i suoi raggi di speranza.
[codice-adsense-float]Il primo racconta la storia di un adolescente catalano che ritrova la madre e torna con lei a casa dopo essersi perso in montagna otto anni prima, finendo nel versante francese dei Pirenei. Il secondo, invece, è una sorta di reality show sul mondo del lavoro e le dinamiche che s’instaurano tra colleghi costretti a condividere molto del loro tempo quotidiano non avendo altro in comune se non la necessità di uno stipendio.
Bene: i due film mostrano che siamo tutti sulla stessa barca, che viviamo la stessa condizione che è la condizione umana: sottoposti a forti traumi e prolungati periodi di stress proviamo tutti identici sentimenti di paura, disperazione, solitudine, rabbia e angoscia. Certo, le sfumature possono essere molte, ma ciò che ci accomuna è molto più di quello che ci separa.
In entrambi i film personaggi e spettatori provano un senso di claustrofobia che influisce sulle rispettive condotte e scelte.
Se in “La mano invisible” la gabbia è il magazzino entro il quale un macellaio, un muratore, un meccanico, un informatico, una donna delle pulizie, una cucitrice, un barista, un magazziniere, un’operatrice di call center e un’operaia generica (senza dimenticare il guardiano), in “La próxima piel” è paradossalmente la natura stessa.
La cornice montuosa, la piccola comunità che accoglie il ragazzo scomparso anni prima in circostanze misteriose (ma sarà davvero lui?) e l’abitazione della madre sono quinte che restringono via via la linea dell’orizzonte, grazie a un sapiente uso delle luci.
Davvero un “noir”, come è stato definito nella breve presentazione prima della proiezione. Ma anche “La mano invisible” ha tratti “noir”.
Gli ingredienti sono la crisi economica che ha paralizzato l’economia spagnola, la mancanza di solidarietà tra i lavoratori, l’immigrazione, la sfiducia nella politica e nel sindacalismo, il ruolo della massa anonima di utenti – clienti, nascosti nell’ombra a fare da spettatori – giudici di un gioco al massacro dove tutti perdono.
Al termine della proiezione il giovane regista David Macián ha risposto alle domande del pubblico, approfondendo alcuni aspetti, compresi quelli legati al finanziamento del film, realizzato in cooperativa.
A fargli da spalla – traduttore c’era Federico Sartori di Exit Media, la società di distribuzione che ha organizzato il Festival insieme all’Ambasciata di Spagna in Italia (la direzione e il programma sono a cura dello stesso Sartori con Iris Martín-Peralta.
Saul Stucchi
Qui sotto il programma delle restanti giornate:
Venerdì 23 giugno
- 19.30 – La noche que mi madre mató a mi padre (2016)
Regia: Inés París - 21.30 – A cambio de nada (2015)
Regia: Daniel Guzmán
Sabato 24 giugno
- 19.30 – Al final del camino (2016)
Regia: Roberto Santiago - 21.30 – Cerca de tu casa (2016)
Regia: Eduard Cortés
Domenica 25 giugno
- 19.30 – A cambio de nada
- 21.30 – Al final del camino
Biglietti: singolo 7 €; abbonamento nominale 3 ingressi 18 €
Informazioni:
Tel. 02.59995206