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Voi siete qui: Biblioteca » Moretti e Chesterton indagano su borghesia e letteratura

6 Aprile 2017

Moretti e Chesterton indagano su borghesia e letteratura

Il borghese, figura eponima dell’ultimo saggio di Franco Moretti (almeno, l’ultimo apparso da noi, uscito dapprima nel 2013 in lingua inglese per l’editrice Verso e ora tradotto per Einaudi da Giovanna Scocchera), va cercato in questo studio in un preciso punto di giunzione: la prosa. Essa costituisce “lo stile borghese per eccellenza (…) un modo per stare al mondo, non solo di rappresentarlo.

Copertina del libro "Il borghese" di Franco Moretti (Einaudi), con il "Ritratto di monsieur Bertin" di IngresNel volume non è mai citato, ma anche G.K. Chesterton quando decise di ricapitolare la storia della letteratura vittoriana non poteva non toccare il tema della borghesia. In entrambi i casi si passa più attraverso le idee che fra le maglie dello stile. Il campo d’azione di Chesterton (il libro è “L’età vittoriana nella letteratura”, Adelphi) è vasto per quanto circoscritto: il tempo storico implicato nell’etichetta è lungo, quasi tre quarti di secolo. Inutile ricordare i nomi di prim’ordine (romanzieri, poeti, saggisti) sfoderati dall’Inghilterra in quegli anni.

Ma andiamo per ordine. Franco Moretti scrive che all’esito evocato sopra il libro ci arriva senza intenzioni programmatiche; e accade nell’epilogo, il capitolo finale dedicato a Ibsen, laddove si compie l’autocritica della stessa esperienza borghese.

[codice-adsense-float]Il cammino dello studioso procede lungo la via già tracciata del distant reading – anche se qui l’analisi di dati e grafici o anche l’indagine di costanti estranee al testi desunte da altre discipline (comprese le scienze naturali e sociali) è meno presente del solito (ma l’apporto del corpus di milioni di libri contenuto in Google Books e nel Literary Lab è dichiarato in partenza).

La constatazione iniziale è che gli stessi ideali borghesi sono incerti, così come l’identificazione col capitalismo tout court. Se è vero che la prosa “è lavoro” piuttosto che ispirazione, un secolo dopo Weber, Simmel o Sombart appare più persuasivo il binomio fra cultura e proprietà di Jürgen Kocka – né sembra proponibile ora un’idea del borghese sul modello otto o primonovecentesco, visto che il capitalismo stesso ha preso da tempo altre strade e longitudini.

Il campo privilegiato di Moretti resta quello letterario, sì che dalle teorie sociologiche classiche si passa alla verifica fattuale. Perché pur mantenendo una certa distanza dalla mera analisi testuale, essa riappare quando occorre, e acuta il giusto: per esempio fra le strategie retorico-stilistiche che della borghesia rivelano le mutevoli facce, a partire dal ritmo del Robinson di Defoe, conforme a quello della continua accumulazione del capitale.

Il mondo del naufrago sembra sospeso in un precario equilibrio fra avventura e ordine – l’utile è il concetto paradigmatico. Come altrove lo sono efficienza o comfort – il secondo omologo all’insistenza sui riempitivi, ciò che resta fuori della trama in senso stretto.

Mentre in Thomas Mann il capitalismo è trionfante ma la borghesia non sembra in buona salute, ancora in Conrad, fra espressione letteraria e sviluppo della mentalità borghese emergono gli scarti, gli slittamenti dissonanti che indeboliscono la pretesa virtuosità del borghese – quella accampata nell’aggettivazione del romanzo vittoriano in senso moralistico e auto-edificante.

Copertina del libro "L'età vittoriana nella letteratura" di Chesterton (Adelphi)Una borghesia insomma intrisa di perbenismo: ne sa qualcosa, dicevamo, Chesterton (nel suo libro del 1913 guarda anche alla poesia e alla saggistica). Il moralismo peraltro era congenito allo stesso autore, benché alleggerito da una sapida ironia, il che gli rendeva particolarmente congeniale un narratore come Dickens, non ignaro avrebbe detto Marx della ferocia del capitale (“Dickens era una folla in rivolta (…), non aveva una teoria, ma una sete”).

Se Dickens stava dentro al compromesso vittoriano, a farlo saltare furono Shaw o Wilde. Ma nessun inglese – direbbe Moretti – penetrò nella zona grigia come fece Ibsen: il drammaturgo che lavorava di bulino alla contraddizione fra legalità e giustizia, mostrando più di altri la rapacità della cultura borghese travestita da efficienza e onestà.

E già prima di lui, l’immancabile, destinale Nietzsche aveva cifrato il vittorianesimo come il mondo dominato dal “modo di parlare moralizzato”: “moralizzato, non morale” chiosa Moretti. Due libri ricchi di spunti da meditare.
Michele Lupo

  • Franco Moretti
    Il borghese. Tra storia e letteratura
    186 pagine, 24 €
    Einaudi
  • G.K. Chesterton
    L’età vittoriana nella letteratura
    211 pagine, 14 €
    Adelphi
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