Lo studio del filosofo Didi-Huberman, Davanti all’immagine, tradotto oggi da Mimesis Edizioni, è del 1990, ma mantiene intatta la sua forza a quasi trent’anni di distanza. In apparenza, una rivisitazione della storia dell’arte, in realtà una sua acutissima messa in discussione.
Perché al centro ci pare posta una tesi assai precisa, ovvero che l’esperienza del guardare – un quadro per esempio – comporta sostanzialmente una dialettica. Ci poniamo di fronte all’immagine con un sapere precostituito, potremmo dire con l’impalcatura delle categorie kantiane, le quali però vengono messe in crisi (o sarebbe almeno sperabile) nel momento in cui l’immagine l’abbiamo effettivamente davanti.
Questo rapporto fra il prima e il durante è il territorio, mobile, mai definito una volta per tutte, in cui si gioca la partita dell’interpretazione (o almeno della percezione, dell’esperienza). Il richiamo all’intera disciplina chiamata storia dell’arte, quasi fosse un genere in sé, vale in quanto la dialettica accennata implica anche una duplicità degli esiti: di svelamento e nascondimento. Il che comporta anche una negazione della pretesa natura ontologica dell’immagine, l’esilità di una discussione sul suo statuto di verità.
Più interessante per Didi-Huberman riflettere sulla mobilità di senso derivante dall’esperienza dello sguardo: il repertorio di conoscenze, di parole, di sistemi retorici persino con cui affrontiamo l’immagine e lo scarto rappresentato dall’essere lì, davanti a essa e sentirsene, magari solo per un momento ma decisivo, spaesati: a galleggiare in un di più o di meno rispetto alle conoscenze precedenti (per quanto plausibili, verosimili).
In quello scarto, nel baluginio improvviso di qualcos’altro, il repertorio di saperi mostra la corda di una codificazione tutt’altro che pacifica, “neutra” – in questo senso la storia dell’arte si rivela come un genere letterario fra altri, necessario ma non più bastevole.
Una scuola critica è anche una gabbia ermeneutica che ci nasconde altri possibili livelli di lettura – un “contenitore di rappresentazione” scrive ancora Didi-Huberman. Si tratti di Vasari o di Winkelmann (o della pretesa centralità del Rinascimento nella prospettiva di un Panofsky, per esempio) la storia dell’arte è intrisa di una pretesa legittimità discorsiva, di una “retorica della certezza”, di un pre-giudizio filosofico (persino inconsapevole) che ha tutto da guadagnare da quel passaggio, turbato, incerto, che è lo spazio-tempo dell’essere davanti all’immagine.
Uno spodestamento è sempre salutare, per tornare a quel repertorio ma con un approccio diverso e tanto più fruttuoso. Così, nella mera presenza dell’immagine può esercitarsi quella mossa del cavallo che scompagina la genealogia sottesa a una storia dell’arte – una scuola, un’impostazione piuttosto che un’altra: in quel regno di fantasmi, di parole ancora non pensate, in quel linguaggio non ancora cifrato l’opera può invece trovare una nuova vita.
Michele Lupo
- Georges Didi-Huberman
Davanti all’immagine
a cura di Matteo Spadoni
Mimesis
2016, 350 pagine, 26 €