Un Club Méditerranée fatto di Pérez-Reverte o Mastretta o Sepúlveda o Allende, si tratti di uno spagnolo come il primo o di sudamericani gli altri sempre di viaggetti organizzati parliamo, il contrario del viaggio vero, mito oramai tramontato se non fosse che è proprio nella letteratura che è ancora possibile in un certo senso viaggiare – forse non casualmente molto viaggiano anche i suoi personaggi.
Roberto Bolaño se la prendeva non tanto con i modesti scrittori di cui sopra quanto con coloro che li esaltavano inducendo in errore i lettori: i critici. Perché vendono quei facitori di facili storie (non di rado edificanti)? Perché si capiscono, scrive Bolaño in una delle due conferenze (o appunti per) che accompagnano i cinque racconti de “El gaucho insufribile” riproposto ora da Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani con il titolo “Il gaucho insopportabile”.
Perché si capiscono non indiziava in Bolaño un qualche snobismo intellettualistico ma la convinzione che la letteratura debba essere altro – non qualcosa di cui poter fare a meno.
L’aggravante, nei nomi citati – ma oggi vale per molti -, sta nel rifiutarsi alla categoria dell’intrattenimento e invocare per se stessi un riconoscimento “alto”. Vogliono “rispettabilità” – preoccupazione che irritava Bolaño anche quando si trattava di un Vargas Llosa o di un García Márquez, stimati in quanto scrittori ma insopportabili come personaggi pubblici:
pronti a rispondere di buon grado alle domande più cretine, sorridere nelle peggiori situazioni, fare la faccia intelligente, controllare la crescita demografica, ringraziare sempre.
L’altro testo teorico del volumetto, “Letteratura + malattia = malattia” dà ragione a chi ha definito “Il gaucho insopportabile” il testamento letterario di Bolaño: il libro, ricordiamolo, apparve postumo nel 2003, e nelle settimane della stesura il grande scrittore cileno anfanava dietro a medici ed esami clinici.
È in un ascensore d’ospedale, a tu per tu con una dottoressa, che si domanda cosa succederebbe se le proponesse di fare l’amore lì (“il letto non mancava”). Perché “chi sta per morire vuole solo scopare”.
Ora, la malattia e la certezza della morte vicina non fanno che estremizzare la concezione di Bolaño di una vita il cui ogni punto può essere terminale, decisivo – specie nella scrittura. Per questo soltanto a uno sguardo assai superficiale la sua può sembrare metaletteratura nella stanca accezione postmoderna: non che manchi un aspetto ludico – a leggerlo ti dà sempre l’impressione di divertirsi – ma quando la scrittura diventa questione di vita o di morte, la distanza dai letterati di maniera e involtolati in un’asfittica irrilevanza non si recupera più.
Se quella di Baudelaire è la poesia più malata dell’Ottocento è anche la più lucida e non a caso in essa ritorna il tema del viaggio, al nomade Bolaño connaturato.
Come lo sono altri temi ricorrenti nei racconti, il sesso o la poesia stessa – racconti assai diversi fra loro ma nei quali per lo più pare aleggiare l’ombra di Borges.
A partire dal bozzetto del tristissimo, catatonico Jim, poeta nordamericano inadatto alla vita, passando per i bovari della pampa presso i quali si rifugia un avvocato porteño stanco della città, e il fittissimo, tentacolare “Poliziotto dei topi” (un racconto sospeso tra Kafka e la migliore tradizione argentina, il cui protagonista-narratore confessa che da giovane era probabilmente “più stupido degli altri”) a caccia di assassini dentro fogne che risultano nient’altro che il lato nascosto e perturbante del “reale”.
“Il gaucho insopportabile” non è “2066” (quel magnifico libro venuto da un altrove, dal futuro secondo le parole dell’ottimo Alan Pauls) ma la volontà estrema (in tutti i sensi) di Bolaño di pubblicarlo (lo consegnò all’editore due settimane prima di morire) indicava una direzione nella lettura di tutta la sua opera. Per questo vale la pena leggerlo.
Michele Lupo
- Roberto Bolaño
Il gaucho insopportabile
Adelphi
Traduzione di Ilide Carmignani
158 pagine, 18 €
In copertina:
Bernard Plossu
Nuovo Messico (1982)
© bernard plossu/signatures