“Lo scetticismo europeo, il paganesimo in Germania hanno minato persino il cattolicesimo”. Per recuperarlo a una ragionevole credibilità, a fronte della critica, degli stili di vita così raffinatamente contrari, “saranno necessari grandissime fatiche e sacrifici”.
Non basta la consapevolezza che un precoce ritorno all’ordine possa imporsi in una chiave deliberatamente reazionaria per non stupirsi del fatto che a scrivere – novembre 1916 – queste righe sia una tra i fondatori di Dada e del Cabaret Voltaire.
Anche perché gli anni sono gli stessi – non è che l’anarchico rivoluzionario abbia già virato “a destra”; pare piuttosto il segno di un’insoddisfazione latente che fece di Hugo Ball, e da subito, una figura eccentrica fra gli eccentrici. Avanguardia tutt’altro che monolitica insomma ma costitutivamente problematica.
Per rendersene conto appieno si può leggere il diario “Fuga dal tempo” concluso nel 1927 poco prima della morte dell’autore.
Monaco, Berlino, Zurigo e i fermenti più vivi e metropolitani erano lontani, Ball si era ritirato – novello asceta – in un piccolo paese del Canton Ticino. Il misticismo adombrato dal fragore Dada si era nel frattempo palesato nel sorprendente “Cristianesimo Bizantino”. Peraltro, che l’orientamento sovversivo di Ball non concernesse l’arte e morta lì, lo testimoniano le divergenze con Tzara.
Lo sguardo, l’approccio di Ball – al netto della conversione o, a seconda della lettura di ognuno, proprio perché di essa indiziari – non sono relegabili alla misura estetica ma involgono l’esistenza tutta. Compresa la dimensione politica – da anarchico ritiene che sia una questione di decoro distruggere lo Stato (lo si può riconoscere solo come mostro): che è un bel modo e assai più serio di quanto non appaia a prima vista di esercitare l’arte del paradosso.
Un atteggiamento oggi impensabile, perché profondamente morale – non estraneo al rifiuto del Protestantesimo, momento di una storia tedesca che arriva secondo Ball fino a Nietzsche. Il diario dà conto di tutto questo, organizzato tematicamente – la scena, la parola, l’immagine, uomo e Dio.
Ball vi manifesta dapprima tutta la dirompente e anarchica energia tipica delle avanguardie (al suo tempo “umiliante”, e al suo “idealismo ridicolo”, oppone una “volontaria stoltezza” e “entusiasmo per l’illusione”), l’oscillazione fra lo sberleffo che a Dada è consustanziale e un’aura di sacralità (“Quando noi parlavamo di Kandinskij e Picasso, non pensavamo a dei pittori ma a dei celebranti; non a degli artigiani, ma a dei creatori di nuovi mondi, di nuovi paradisi”).
Giusta la nota introduttiva di Riccardo Caldura: Ball si muove fra mistica e sperimentalismo (nonché fra politica, teatro e poesia) – se si aggiunge una concezione totalizzante delle arti tutte insieme armate si capisce anche bene l’approfondimento, la radicalizzazione diremmo esistenziale dell’intuizione wagneriana.
Non a caso, con gli anni, spostando sempre più il peso della sua curiosa bilancia verso il (personalissimo senso) religioso a discapito dell’estetica e della ribellione. Entrambe evidentemente leggibili come una preparazione alla “fuga verso il fondamento”,
Michele Lupo
- Hugo Ball
Fuga dal tempo. Fuga saeculi
A cura di Riccardo Caldura
Mimesis Edizioni
2016, 360 pagine, 26 €