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Voi siete qui: Teatro & Cinema » Al cinema “Il diritto di uccidere”: sparare o non sparare?

1 Settembre 2016

Al cinema “Il diritto di uccidere”: sparare o non sparare?

Helen Mirren nel film "Il diritto di uccidere"Dopo dieci minuti “Il diritto di uccidere” dovrebbe volgere, velocemente, al termine. E invece il film di Gavin Hood (il cui titolo originale è “Eye in the Sky”) si protrae per un’altra ora e mezza. Come? È presto detto: allungando il brodo.

Colonnello di ferro

Il tema è senz’altro spinoso e al tempo stesso vecchio come il mondo (il che fa già capire che si tratti di un dilemma irrisolvibile): è giusto e moralmente accettabile sacrificare un innocente per salvarne decine di altri? Nei primi minuti continui cambi di scena portano lo spettatore, un poco frastornato, in giro per il mondo, dal Kenya al sud dell’Inghilterra alle Hawaii.

Il colonnello Katherine Powell (un’arcigna Helen Mirren con le palle più quadrate di tutti gli uomini che si trova attorno, superiori e inferiori di grado senza distinzioni) si sveglia prima dell’alba disturbata dal russare del marito e che fa? Si mette sul divano a leggere o controlla le notifiche di Facebook sullo smartphone? No! Entra nella dépendance adibita a studio, poggia il pollice sul lettore di impronte e si collega al sito dei servizi segreti per vedere come va il mondo. Accipicchia: ci sono tanti cattivoni da neutralizzare (e intanto chi scrive pensa: persino le spie lavorano da remoto e invece i blogger ancora devono sciropparsi due ore di tangenziale al giorno…).

Phoebe Fox e Aaron Paul nel film "Il diritto di uccidere"Ma torniamo alla trama. Alcuni terroristi di Al-Shabaab si sono dati appuntamento in una villetta di Nairobi. La tecnologia consente alla squadra diretta dal colonnello Powell di seguirne le mosse, accertarne l’identità, scoprirne i piani: stanno progettando un attentato che potrebbe provocare decine di vittime. Un bel missile sparato da un drone li metterebbe fuori combattimento. Se non che nella casa accanto abita una famiglia la cui bambina ha il compito di vendere il pane ai passanti. E dove si piazza la bambina? Ovviamente a un metro dal muro della villetta in cui stanno tramando i terroristi.

Chi si prende la responsabilità?

Il film è tutto qui, nella domanda: è giusto lanciare il missile col rischio di uccidere la bambina? Il resto è un continuo rimpallo di responsabilità tra ministri, legali, militari, analisti, Inglesi, Americani e Kenyoti, superiori e sottoposti e in più di un’occasione si sfiora il ridicolo, regole d’ingaggio, codici di comportamento, priorità, responsabilità legali, morali e politiche, rapporti con alleati, opinione pubblica e organi di governo, convinzioni personali e assoluta inconsapevolezza del rischio che si corre quando dall’altra parte del mondo un “operatore” è seduto in uno stanzino tipo simulatore di volo alla sala giochi e tiene tra le mani la cloche del drone che sorvola la tua città a centinaia di metri d’altezza, invisibile.

La tecnologia ha fatto progressi incredibili, una cimice (anzi, un coleottero) può entrare in una casa e filmare quello che vi accade, un satellite può leggere la targa di un veicolo (come sia possibile, vista l’angolazione necessaria, rimane un mistero…) e le strade di Nairobi sembrano in condizioni migliori di quelle della Brianza, ma il succo rimane in quel dilemma: premere o no il pulsante?

Sul tema degli omicidi da lontano è molto più interessante il librino “Esecuzioni a distanza” di William Langewiesche, edito in Italia da Adelphi.
Saul Stucchi

  • Regia: Gavin Hood
  • Interpreti: Helen Mirren, Aaron Paul, Alan Rickman, Phoebe Fox, Barkhad Abdi, Jeremy Northam, Babou Ceesay, Iain Glen, Jessica Jones, Monica Dolan, Armaan Haggio
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