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Voi siete qui: Biblioteca » Due libri di valenti storiche per ricordare chi siamo stati

12 Maggio 2016

Due libri di valenti storiche per ricordare chi siamo stati

copertina del libro Combattenti, sbandati, prigionieri di Gabriella Gribaudi“Dall’8 settembre sono arrivato a Napoli il 29 settembre dello stesso anno. Noi eravamo migliaia di sbandati. Ci chiamavamo sbandati”. Scrive così un soldato del 50° reggimento di fanteria, uno dei tanti le cui testimonianze costituiscono la ragione del libro di Gabriella Gribaudi, “Combattenti, sbandati, prigionieri (Esperienze e memorie di reduci della seconda guerra mondiale)”.

Un Paese in rotta

Il libro Combattenti, sbandati, prigionieri di Gabriella GribaudiIl giorno dell’armistizio l’uomo scopre che di colpo le caserme sono diventate “una bolgia”, che i comandi sono saltati, che non si è più quelli che si era fino al giorno prima, che gli ufficiali si danno alla fuga – e lui con loro.

Storia di molti, di un Paese in rotta con se stesso (o appena ritrovatosi, se vogliamo prendere il buono di ciò che resta uno dei pochi momenti nobili della nostra storia civile e politica, la resistenza), non più nemico degli Angloamericani, né loro alleato e ancora non ufficialmente in guerra con la Germania nazista.

L’Italia, il bel paese che ha inventato il melodramma e la commedia dell’arte, il caos (mai) fatto nazione. Un paese che ha costantemente bisogno di rimuovere dalla memoria il (non) senso di ciò che è stato: la falsificazione, l’arbitrario ridimensionamento delle proprie responsabilità tengono così il filo mai interrotto della nostra coscienza nazionale: ciò consente di trovare involontarie assonanze fra due interessantissimi libri recenti.

Quello citato all’inizio, edito da Donzelli, e il serratissimo volume A scuola di dissenso, opera di un’altra valente studiosa, Ilaria Poerio (l’editore è Carocci), che racconta in maniera sistematica l’istituto del confino negli anni del fascismo – e indizia il beffardo cortocircuito della memoria nazionale.

Le memorie degli sbandati

Se per decenni è stato giocoforza inevitabile inventarsi una nobile tradizione a partire dalla resistenza, è ovvio che le memorie degli sbandati, dei prigionieri o dei soldati costretti alla guerra senza averne alcuna voglia non avessero sollecitato granché la sensibilità degli storici, ma ciò è andato di pari passo con la minimizzazione del ventennio fascista.

Il libro A scuola di dissenso di Ilaria PoerioSolo pochi anni fa l’infausto Silvio Berlusconi definiva – secondo turpe quanto tenace tradizione – e con la solita ferale allegria una “villeggiatura” il trasferimento dei sospettati di attività antifascista in isole (Ustica, Ventotene, Tremiti e altre) e altre zone impervie del paese.

L’ex premier non inventava nulla, cavalcando l’onda lunga di una sottovalutazione sistematica della violenza fascista che possiamo far risalire allo stesso Mussolini: obiettivo del quale era incutere terrore e nello stesso tempo, all’occasione, fornire un’immagine bonaria del regime – ci sarebbe stato negli anni Settanta anche il film di Marco Leto con il titolo, in questo caso antifrastico, La villeggiatura.

Questo “massiccio processo di autoassoluzione” sarebbe stato funzionale anche dopo la guerra per consentire agli Italiani di presentarsi agli alleati come vittime di una parentesi sanguinaria, estranea alla storia patria (era discutibile convinzione anche di Benedetto Croce) non assimilabile al totalitarismo nazista.

Effetti imprevisti

L’interesse maggiore del libro di Poerio, che pure ricostruisce le origini del domicilio coatto negli anni post-unitari quale strumento di repressione del brigantaggio, in realtà sta nello studio delle attività resistenziali che, non volendo, il confino fascista consentì.

Paradossalmente, l’alta concentrazione di militanti, leader e antifascisti generici in territori volutamente inospitali e di dimensioni ridotte, favorì la gestazione di esperimenti di tipo solidaristico (…) e finirono persino con il proporsi come alternativa alla gestione fascista delle colonie.

Soccorrono diffusi esempi di collaborazione, scambi, coesioni di intenti durante l’utilizzo delle biblioteche, nelle mense e varie attività quotidiane. Sì che quelli che nascevano come peculiari campi di concentramento spesso si trasformarono in importanti laboratori politici.

Ciò però non fu il risultato di un’indulgente generosità ma – nonostante “l’asfissia burocratica” e il lungo elenco di obblighi e divieti – dell’imperizia del regime.

Demitizzazione

Il libro di Gribaudi invece, pur mostrando l’estrema eterogeneità delle esperienze individuali nella seconda guerra, trova alcuni motivi ricorrenti: quello della sconfitta, della distanza ideologica e sentimentale dal conflitto (il cliché sui soldati italiani non particolarmente motivati non pare campato per aria), dell’angosciata e perplessa riluttanza a combattere, destinata a rafforzarsi per la particolare vicenda italiana che nell’arco di due mesi vira nella direzione opposta – senza tener conto che quello nazionale è anche il teatro di una guerra civile.

Tant’è che il trucido Rodolfo Graziani, a fronte del rifiuto sistematico sarà costretto a decretare l’obbligo di rispondere alla chiamata di Salò pena la fucilazione.

Ne emerge insomma un quadro smitizzante, la sottovalutazione del fascismo appare anche come il riflesso di quella mentalità piccolo borghese a suo tempo individuata come forma culturale assai consona al regime.

Come spiegare altrimenti frasi fatte quali “se stavi zitto non ti facevano niente”? Come chiudere gli occhi di fronte all’ignavia non sporadica di un popolo che non di rado sembra ancora quello del “Franza o Spagna purché se magna”?

Un’eccezionale mappa linguistica

Del resto, come reinventarsi Italiani – al netto di grossolane retoriche – alla luce dello spettacolo di Badoglio e del re che fuggono in Puglia? O assistendo all’osceno traffico di connazionali venduti ai Tedeschi?

“1000 lire a persona erano pagati quando pigliavano a qualcheduno di noi”, racconta un soldato. E un altro, indeciso se continuare la sua avventura di partigiano, quando il comandate gli dice che non è obbligato a combattere e che può andarsene, dice a se stesso “E arò vaco?”.

Così, attraverso le memorie, le lettere, le confessioni che costituiscono la polpa del volume, assistiamo anche a una mappa linguistica eccezionale di Italiani spesso ignari di una lingua nazionale.

L’8 settembre ovviamente si porterà via a cascata qualsiasi certezza anche altrove. In Cirenaica, la parola sbandati torna ancora con insistenza (e qui siamo ancora all’inizio del conflitto).

Sotto il controllo di ufficiali imbelli, i soldati italiani non sanno che fare, “qualcuno forse fece la pensata di nascondersi (…) nessuno sapeva niente”. Pochi mesi dopo ci pensano gli Inglesi a chiarire la situazione: tutti prigionieri. Ad alcuni sembra quasi una liberazione.

In Grecia e in Jugoslavia ancora peggio: “aggrediti dai Tedeschi – scrive Gribaudi – odiati dalle popolazioni e dai combattenti locali, dovettero compiere scelte difficili”.

Dove andare?

Ma anche qui era più facile che qualcuno decidesse per loro. Scrive un meridionale destinato all’internamento in terra tedesca: “la neve ‘n c’era intorno alla baracca, ‘n c’era sempre ‘nu metro e mmiezzo i neve. Annure ereme, addò eveme ì?”.

Tutti nudi “come Gesù Cristo ci aveva creato… hai viste e scimmie quanne se mettene aggruppate se grattene e pirucchie?”. E quanti furono quelli che partirono contenti per la Russia con l’Armir? “Ie teneve ‘na paura esaggerata i murì a ‘nu momento a n’ate”.

Il desiderio di fuga, nel doppio antitetico segno della viltà o del combattimento, resta una costante. Fu anche grazie a quella di Lussu, Nitti e Rosselli dal confino di Lipari nel ’29 e dal racconto che ne avrebbero fatto a Parigi che l’Europa non fascista scopriva come la loro e quella di altre migliaia di persone tutto era stato tranne che una “villeggiatura”.

Due libri importanti (peraltro assai leggibili) per ricostruire la sciagurata e raramente eroica storia italiana.
Michele Lupo

  • Ilaria Poerio
    A scuola di dissenso
    Carocci 2016
    241 pagine, 26 €
  • Gabriella Gribaudi
    Combattenti, sbandati, prigionieri
    Esperienze e memorie di reduci della seconda guerra mondiale
    Donzelli 2016
    235 pagine, 28 €
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