Un libro a tre voci, quelle di Pierre Boulez, Jean-Pierre Changeux e Philippe Manourym, musicista scomparso da pochissimo il primo, neurobiologo fra i più noti in Europa il secondo, musicologo il terzo, che è un po’ il mediatore della discussione.
I neuroni magici. Musica e cervello è volume assai prezioso, meno esoterico di quanto potrebbe suonare ai più, che svolge interessanti riflessioni intorno al rapporto fra musica e neuroscienze ma guarda anche ad altri aspetti della creazione artistica perché diverse sono le incursioni in altri ambiti, per esempio la pittura.
La riflessione sul processo creativo e il lavoro neurale che lo presiede chiama in causa l’estetica stessa come disciplina quanto mai permeabile – a partire dalla smentita (fin troppo ovvia, nel 2016) della definizione di Rousseau, per il quale la musica non sarebbe che “la scienza dei suoni nella misura in cui sono capaci di colpire gradevolmente l’orecchio”.
Boulez ha buon gioco nel confutare idee di questo tipo, peraltro in crisi già in epoca romantica (ma il musicista nota che il principio avrebbe fatto ridere anche Bach, già meno fumosa o arbitraria la considerazione di Diderot sul bello come “percezione di rapporti” ma: e se una musica invece che piacere volesse “far paura”?).
Changeux, razionalista “settecentesco”, ricorda il concetto di “ricompensa”, molto usato in neurobiologia – quello che scaturisce per esempio da una cadenza che porta alla soluzione. E allega gli esiti di esperimenti che dimostrerebbero una più ampia attività neurale all’ascolto di suoni consonantici rispetto alle dissonanze.
Esperimenti che Boulez, secondo cui “la percezione delle scale e delle tonalità dipende da fenomeni culturali piuttosto che innati”, non ritiene attendibili.
La stessa “ricompensa” non è detto che sia per forza piacevole, visto che vengono messi in gioco neurotrasmettitori diversi.
Boulez con gli anni si è allontanato dal razionalismo più rigido. Ritiene che il suo presunto cerebralismo non sia altro che “una razionalità di costruzione”; rivendica la distanza con il serialismo più soffocante e noioso (e meno male). E la necessità, quella sì biologica, di rinnovarsi continuamente.
[codice-adsense-float]Se la musica sia un linguaggio dell’emozione oppure no è un altro dei temi affrontati; se i tre condividono l’idea che la musica non si possa tradurre in una serie di significati (per Boulez l’espressione “linguaggio musicale è una metafora” non potendo essa aspirare a una semantica) il musicista rifiuta anche la proposta del neurobiologo che le emozioni possano catalogarsi in categorie.
Il confronto non è però solo dilemmatico, ma consente un andamento a tratti più disteso, rapsodico, perché gli ambiti del dialogo implicano questioni differenti come la fisiologia, la vecchia disputa fra razionale e irrazionale, la differenza fra suono e rumore, o lo scarto rappresentato dalla musica dal vivo — è proprio la direzione d’orchestra che ha spinto Boulez ad approfondire elementi più intuitivi del “discorso” musicale (peraltro egli ne ha pure per il pubblico italiano – non a torto a dire il vero – giudicandolo il più maleducato, distratto e rumoroso).
Boulez dunque tende a rifiutare qualsiasi nozione naturalistica: “L’educazione è indispensabile per tutto, e la musica non è un’eccezione”.
Ma almeno in questo Changeux sembra avvicinare una possibile tangente con la visione del musicista:
Non esiste alcuna finalità, alcun intenzionalità nella natura, alcun disegno intelligente. Il canto degli uccelli non è stato “creato” per piacere agli uomini.
Michele Lupo
- Pierre Boulez, Jean-Pierre Changeux, Philippe Manoury
- I neuroni magici
Musica e cervello - Carocci
- 2016, 214 pagine
- 19 €