Ciò vale per esempio per lo studio di Christian Ingrao, Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS (Einaudi). Sul nazismo la bibliografia è cospicua, e Ingrao ne accentua le motivazioni legate alla prima guerra mondiale. Concentrandosi su alcune decine di protagonisti della dirigenza intellettuale in seno alle SS, mostra come le loro biografie siano segnate dall’infanzia trascorsa sotto i colpi della Grande Guerra. Se la Germania degli adulti – che pure del conflitto fu più responsabile di altri – se la autorappresentava come una dolorosa prova di difesa dall’accerchiamento delle forze dell’Intesa, il messaggio passava con lo stesso tenore ai bambini. Ai quali veniva raccontato che “un mondo nemico” assediava la nazione tedesca; e metteva a dura prova la loro capacità di resistenza. Basti pensare alle conseguenze del conflitto sulla vita quotidiana: dai problemi alimentari alla presenza di morti o feriti che toccavano ogni famiglia, veniva poi facile distillare (anche attraverso libri di testo scolastici, giocattoli e racconti di sevizie e crimini perpetrati appena fuori dai confini tedeschi da belgi, inglesi o russi) lo spirito volkisch che sarebbe stato alla base dell’ideologia nazi, quello per il quale fuori da sangue e suolo abitava il male e andasse combattuto – una volta adulti – con ogni mezzo.
Gli altri due libri assolutamente da leggere e conservare riguardano l’altro polo canonico del ‘900, quello stalinista. Il primo è uno studio sul servizio segreto della DDR. Il titolo è Il ministero della paranoia – Storia della Stasi, lo firma Gianluca Falanga (editore Carocci),
Che la paranoia domini la politica del secolo scorso è la tesi di un saggio fondamentale dello psicoanalista Luigi Zoja. Se ne può avere ulteriore contezza leggendo Ivan Cistijakov. Il nome non dirà niente a nessuno; abbiamo di fronte un grigio (non so quanto esemplare vista la sua ambiguità – “un tipico rappresentante della zona grigia” piuttosto) impiegato-comandante di uno dei primi gulag della gelida Siberia, il BAMlag, annesso ai lavori della ferrovia Bajkal-Amur. A lui si deve appunto il Diario di un guardiano del Gulag (iniziativa della Fondazione Memorial, con un saggio di Marcello Flores, postfazione di Irina Scerbakova). Siamo negli anni Trenta, Cistjakov ottempera al suo ruolo senza entusiasmo. Decide di scrivere un diario sulla “vita” nel campo di concentramento il cui portato possiamo considerare eccezionale visto che parrebbe il solo documento sull’argomento scritto dalla parte dei carcerieri. Si tenga conto che non era consentito tenere una qualche memoria di ciò che accadeva nei lager. Alle temperature disumane che sappiamo, le condizioni erano estreme non solo per i prigionieri. Cistijakov registra minuziosamente la miseria e la follia che produce quella vita ridotta a lavoro forzato; ne è impressionato al punto da rendere precaria la sua fiducia comunista. La stessa idea di scrivere sembra un esercizio apotropaico per sfuggire all’orrore cui pure partecipa. Non a caso verrà allontanato dal partito e ucciso nel 1941. Ma il diario si è salvato, leggetelo.
Michele Lupo
- Christian Ingrao
Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS
Einaudi
Pagine 405
34 € - Ivan Cistjakov
Diario di un guardiano del Gulag
Bruno Mondadori
Pagine
18 € - Gianluca Falanga
Il ministero della paranoia – Storia della Stasi
Carocci
Pagine 317
22 €