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Voi siete qui: Interviste » Intervista all’attore Mario Perrotta, Ulisse-Telemaco allo specchio

25 Febbraio 2013

Intervista all’attore Mario Perrotta, Ulisse-Telemaco allo specchio

Sabato sera, Teatro Binario 7 di Monza: poco prima di andare in scena con la sua Odissea, Mario Perrotta mi concede un’intervista mentre si trucca. Il maltempo ha complicato il viaggio da Bologna e le prove si sono protratte fin dopo le 20.00. Mi presento e gli racconto che ho visto il suo spettacolo nel 2009 a Milano. Mi era molto piaciuto e questa seconda volta mi confermerà il giudizio che mi ero fatto allora: Odissea è un monologo molto intenso e lirico; a tratti drammatico, a tratti giocoso. Il suo dialetto siculo non è quello di Camilleri, quanto piuttosto quello di Sciascia, mi pare. Alla prossima occasione gli chiederò dei suoi maestri, a cominciare ovviamente da Pirandello, a cui ha dedicato la tesi di laurea. L’altra sera, invece, gli ho posto tre domande semplici (alla Sciascia).
Intervista_Perrotta_2
Perché l’Odissea?
Perché in questi anni, quello che vedo intorno a me, tra le persone che conosco e quelle che incontro per la strada (chi scrive per il teatro ha il compito di guardarsi intorno), fondamentalmente sono dei genitori bambini. Quarantenni e cinquantenni non cresciuti che vogliono fare ancora gli adolescenti. Con le mutande fuori dai pantaloni e la cresta in testa, come i figli. E questi figli che hanno bisogno di un padre e di una madre da contestare si dicono: “mio padre è più scemo di me” perché ancora va in giro con le mutande fuori con la scritta D&G. E allora mi dico che forse questa generazione, sia di adolescenti che di genitori, non riesce a svolgere il suo ruolo. È un problema sociale serio, perché si sta rompendo un meccanismo su cui è retto per secoli il rapporto genitori-figli. Il Sessantotto ha sdoganato sia i figli che i genitori e ora abbiamo una generazione di Peter Pan che non fa più il suo ruolo. Questi ragazzi crescono facendo un po’ quello che vogliono. Bisognava parlarne. Questo è il motivo sociale.

Il motivo personale, intimo, profondo (che poi sono le ragioni più importante quando uno scrive) è che mentre avevo avuto l’idea di lavorare su questo tema ho perso mio padre, d’un botto. E questa assenza è entrata a gamba tesa nella mia vita e quindi anche nella mia professione e nella mia scrittura. Avevo bisogno di parlare con mio padre e non ne ho avuto il modo e il tempo. Non lo faccio attraverso questo spettacolo: io non odiavo mio padre, come invece lo odia Telemaco (nella sua Odissea, ndr); però sarei potuto essere così perché sono figlio di separati; i miei cugini, figli di separati, sono stati così coi loro genitori, li hanno odiati. Penso che un uomo di teatro debba lavorare sempre sul “sarei potuto essere”, sulle sue potenzialità.
Intervista_Perrotta_1
Però il Telemaco di Omero, nei primi libri dell’Odissea, fa un po’ la figura del bamboccio…
Il problema è che è un eroe epico senza azione. L’eroe epico senza azione diventa un “minchia”. Anche Achille senza azione in guerra, anche Ettore, sono dei “minchia”. Invece Ulisse ci piace perché è il primo uomo vero, uomo con tutte le sue mancanze. È un mentitore, un ingannatore. È l’uomo contemporaneo perfetto. Vince le guerre con l’inganno. Spesso sono gli altri che gli dicono cosa fare al momento opportuno.

Perché Aristofane e I Cavalieri? (spettacolo a cui non ho ancora avuto il piacere di assistere…).
Purtroppo è uno spettacolo complesso, con un certo costo perché ci sono attori e musicisti, e quindi lo comprano sempre meno nonostante abbia vinto l’Ubu (nel 2011, ndr), perché i teatri non hanno soldi. La prossima data (24 marzo, ndr) mi sa che è a Foggia…vagamente lontano! Perché Aristofane? Aristofane, della trilogia che ha vinto l’Ubu, è l’autore più contemporaneo. Più di Molière e più di Flaubert. È imbarazzante quanto è contemporaneo. Racconta duemila e quattrocento anni fa un’Atene che è identica all’Italia di oggi. Nei Cavalieri, in particolare, c’è la contesa per la presidenza del consiglio. E alla fine vince chi offre a Popolo (Aristofane ha l’intuizione geniale di metterlo in scena con le fattezze di un attore)…che cosa?

La restituzione dell’IMU?
Di più, ancora più azzeccato: una “gnocca” mezza nuda. Quando entra una bella ragazza discinta e Popolo la guarda e dice “che bella, sì, tu che mi hai offerto questa… io voterò te!”. Cosa c’è di più attinente all’oggi? È imbarazzante. Significa che certi meccanismi delle democrazie, quando sono malate, o forse certi meccanismi delle democrazie punto, sono sempre gli stessi. A un certo punto della commedia si arriva al turpiloquio: “io arriverò in parlamento e con una scoreggia spazzo via tutto!”. Cosa c’è di più simile al nostro parlamento becero e urlante, con le mortadelle esibite e lo champagne (intanto Mario Arcari accompagna queste parole con il suo strumento a fiato, ndr). Aristofane racconta talmente bene questo stato di cose che mi è bastato sostituire i nomi greci con riferimenti all’oggi. Sembra che io abbia scritto tutto ieri e invece l’ha scritto lui duemila e quattrocento anni fa!
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E infine, perché Ligabue? Un altro progetto molto ambizioso…
Ligabue era lo scemo del paese, quello da scansare, quello che puzzava. Poi a un certo punto si accorgono che è un genio, quando esplode, e tutti lo cercano. E la domanda è: chi è il cretino vero? Lui o voi che per trent’anni l’avete trattato come lo scemo del paese? Quindi ragionare sui confini. Il confine è sempre stato qualcosa che è appartenuto al mio lavoro: nello spettacolo sull’emigrazione italiana; in Odissea; il confine come senso della misura; a volte invece il confine va rotto; il confine c’è in Aristofane, in Molière, proprio nella struttura scenica: c’è sempre un quadrato, un ring dentro il quale avviene l’agone della vita. Il confine ancora una volta ritorna: chi è il pazzo? Chi è dentro e chi è fuori? Essere pazzo ti colloca fuori, ma se poi dipingi così e hai questa visione straordinaria della vita, forse sono gli altri che sono dentro uno steccato da cui non riesco a uscire. Mi interessa sempre questo concetto di confine, questa zona in cui puoi ribaltare le prospettive.

Anche in questo caso, però, ci sono motivazioni personali, molto profonde, che fanno incrociare certe cose e dire: devo occuparmi di questo. Uno che scrive il suo teatro ha sempre delle urgenze molto profonde che vanno a incocciare in quel momento della sua vita nella cosa giusta. Se avessi incontrato Ligabue dieci anni fa, non mi avrebbe interessato perché mi interessava Cincali e l’emigrazione italiana. Perché ero ancora a Bologna e nonostante fossi già laureato, mi sentivo respinto (Perrotta è nato a Lecce, ndr). E poi perché sono quarantenne: tutti i quarantenni sono rimasti fulminati dallo sceneggiato con Flavio Bucci (trasmesso da Rai 1 nel 1977, ndr).
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Mancano ormai pochi minuti allo spettacolo. Lo lascio al suo trucco e salutandolo gli chiedo quale sia la formula corretta per augurargli buona fortuna. “Tanta merda” risponde all’unisono con l’altro Mario. E mi spiegano l’origine di questa espressione. Quando non c’erano le automobili, gli spettatori arrivavano a teatro in carrozza. Tanto sterco davanti al teatro significava tanti spettatori e pane assicurato per gli attori. Certo, Foggia è lontana. Ma mica devo andarci in carrozza…
A cura di Saul Stucchi

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