Dice Jonathan Lethem che “in tutto il libro ci saranno dalle cinque alle otto pagine” scritte da lui. Lethem è uno scrittore americano che gode di buona fama internazionale, ma il libro cui si riferisce è evidentemente opera d’altri. Si tratta del romanzo, se non di culto, a suo modo circonfuso di un’aura misteriosa, I venerdì da Enrico’s, di Don Carpenter. Aura paradossale ma non troppo perché costruita su un’assenza, trattandosi dell’opera incompiuta (e dunque inedita), cui Carpenter dette un taglio micidiale suicidandosi.
Erano i primi anni ’90 del secolo scorso e in parte lo scrittore nel romanzo racconta vicissitudini non troppo velatamente autobiografiche, intrecciandole a storie di altri libri, immaginari si capisce, anche perché di romanzieri falliti son fatti a volte – paradosso elementare quanto il primo – certi romanzi affatto riusciti.
Fra la California e Playboy, il Beat e Hollywood, assistiamo a un mondo in cui la scrittura è il tormento di molte vite, di molti personaggi che intorno a essa, ai sogni di gloria che sempre l’accompagnano, fanno confluire storie e destini. Immancabilmente tragicomici, perché mentre tu aspiri al romanzo epocale che dà una svolta all’intera storia della letteratura americana, tua moglie, relegata a un ruolo secondario, ti fa un pessimo scherzo: si mette a raccontare dimesse storie di provincia che però fanno il botto. Tanti soldi e tanti saluti al marito fallito.
Tradotto per Frassinelli da Stefano Bortolussi dopo la riscoperta e la cura di Lethem che ne ha riannodato i fili sparsi, ricucito gli strappi e posto rimedio alle incongruenze, il romanzo di Carpenter dispiega un gioco che è tutt’altro che futile o relegabile in un trivio meccanismo di sorprese, trame e colpi di scena.
D’altronde, la scrittura che racconta sé stessa è difatti molto più interessante quando – e questo è il caso – crea un conflitto con la vita, o con essa si confonde, e diventa la misura di un’esperienza umana lacerante. O a volte sterile. Jaime, la moglie di Charlie, ne è dapprima innamorata, benché lo consideri un “bambinone” da sempre, ma mentre lui sogna l’opera definitiva, è lei a comprendere sino in fondo come la scrittura sia un lavoro duro e spesso totalizzante. E che proprio per questo chi vi si esercita quotidianamente rischia di allontanarsi dalla famiglia.
Il mondo intorno a loro è quello di un paesaggio entrato nel grande immaginario americano. Alcol e rapporti umani improbabili, avvitamenti esistenziali di artisti veri o presunti, Cadillac che sfrecciano sotto il cielo della California e disinibite vicende di party che Carpenter, scrittore stimato dai colleghi ma non abbastanza dal pubblico, conosceva bene. Leggiamo un romanzo grezzo rivisto da un altro romanziere e poi tradotto in italiano: sia chiaro. Ma quel che leggiamo vale la pena.
Michele Lupo
Don Carpenter
I VENERDÌ DA ENRICO’S
(a cura di Jonathan Lethem)
traduzione Stefano Bortolussi
Frassinelli
2015, 372 pagine, 20 €