Gli esperti o semplicemente gli appassionati di musica romantica – impropriamente definita classica – ne sanno abbastanza. Perché la biografia che Franz Liszt dedicò a Chopin è un classico del genere. Per gli altri, vale quanto scrive nella prefazione al libro l’eccellente pianista Michele Campanella: è ammirevole e sintomatico della sua generosità che il primo a poco tempo dalla morte prematura del grandissimo musicista polacco gli dedicasse un lavoro come questo (abbiamo ora la possibilità di leggerlo nell’edizione Castelvecchi).
Ammirevole anche – aggiungerei – perché i due erano quasi coetanei (Chopin era nato nel 1810, l’altro nel 1811) e la concorrenza era nell’ordine delle cose (che Chopin gli fosse superiore, è la convinzione dei più). Nondimeno Liszt aveva compreso elementi fondamentali dell’arte dell’amico, e la sua forza, umana e tecnica, non gli impedì di riconoscere quella di un genio fragile e sublime, impacciato e instabile laddove lui era prorompente.
Liszt sottolinea – non senza ragione – come il meglio di Chopin stesse nelle sue composizioni più libere, meno obbligate dentro le strutture coercitive della tradizione; e che i tentativi di distribuire la propria creatività nelle forme più vaste della partitura orchestrale brillavano più per volontà che per autentica ispirazione. Salvo ripensarci parzialmente col tempo. D’altro canto, dichiarare con la consueta fermezza che per essere un grande musicista non occorreva aver lasciato “almeno una dozzina di melodrammi, altrettanti oratori, qualche sinfonia” non era così scontato.
La generosità rimarcata da Campanella, Liszt l’aveva dimostrata più volte quando Chopin era ancora in vita, tentando di inserire il problematico musicista (uomo di mille nevrosi, di salute precaria, poco adatto ai clamori delle grandi scene) in quel di Parigi – con tutto quel di conflittuale che possiamo immaginare in un pianista superbo refrattario a suonare in pubblico.
Listz passa dalle note biografiche (giovinezza dell’amico, il carattere difficile, l’amore per George Sand ecc…
– “bisognava vincere una resistenza da misantropo per ottenere da Chopin che aprisse la sua porta e il suo pianoforte a coloro ai quali un’amicizia rispettosa e leale permetteva di chiederglielo con insistenza” –
all’illustrazione delle caratteristiche salienti delle opere. In particolar modo si sofferma sull’arte delle Polacche e delle Mazurche: Chopin non era proprio a suo agio nelle connotazioni ideologiche che in epoca romantica facilmente potevano assumere certa liberà creativa coniugata a una peculiare sensibilità: eppure, scrive Liszt, Chopin come nessun altro sapeva rivelare in modo così limpido lo spirito di una nazione. “Scrive” si fa per dire, ché il testo fu steso dalla compagna di Liszt, Carolyne Sayn: alla quale perdoniamo l’enfasi di una “prosa ipertrofica” (Campanella) che il lettore accorto saprà asciugare quanto basta per mirare alla sostanza concettuale dell’omaggio lisztiano.
Michele Lupo
Franz Liszt
CHOPIN
Castelvecchi
2015, 144 pagine, 16,50 €
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